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Parte III

Quella mattina era domenica e il déjà vu di Elena fu più potente del solito. Sedeva lì, nel solito bar. I nuvoloni grigi tradivano di quando in quando uno sbuffo azzurro, un raggio di sole, e le voci della piazza si rincorrevano come una bizzarra sinfonia. Per Elena rappresentavano la più familiare delle colonne sonore, il sottofondo di tutte le domenica mattina della sua infanzia, di tutta la sua infanzia.
Era ancora presto per la prima messa, c’era poca gente in piazza, per lo più anziani, con qualche famiglia che passava ogni tanto. Il dialetto stretto, le auto, le urla dei bambini, il campanile avvolto per metà dalla foschia. La vigilessa fischiò.
Sedeva davanti a un cappuccino e una tazzina da caffè vuota. Faceva piuttosto freddo ed Elena non si toglieva il cappotto, la sciarpa, i guanti e il cappellino nero comprato l’anno prima a Parigi. Quella notte aveva dormito giusto un paio d’ore. Poi si era alzata, aveva fatto colazione e si era recata sul luogo dell’appuntamento. Non aveva disturbato Ginzburg, una delle più brillanti penne d’Italia, il quale dormiva come un sasso sul divano accanto al rumoroso frigorifero di lei, vestito, russando ogni tanto più rumorosamente del frigorifero stesso. Tra non molto si sarebbe alzato e avrebbe preso un autobus in tutta fretta per poter arrivare nell’Agglomerato in tempo per l’appuntamento con l’assessore. Questo pensava Elena, e non se ne curava, bevendo il suo cappuccino e aspettando il suo amico.
Il suo amico entrò nel bar invadendolo col suo sorriso smagliante e il suo saluto rumoroso. Paolo Torre richiuse la porta alle sue spalle; il vocio della piazza ritornò quasi inintelligibile, nonostante la gente fosse sensibilmente aumentata. Un raggio di sole entrò con lui.
- Sei stupenda, Elenuccia!
- E tu ti sei ubriacato e non hai neppure dormito! - lo salutò Elena baciandolo sulla guancia.
- Obiezione vostro onore! Ho passato la notte in videoconferenza con New York! Maledetto fuso orario! - Si sedette, ma come al solito era troppo grande per il tavolino e rovesciò una sedia con un calcio. Si affrettò a rimetterla in piedi, urtando il tavolino con la gamba. Elena afferrò le tazze al volo prima che si rovesciassero: - Paolo, devi dormire, trovarti una donna e farci l’amore!
- Lo so, ma non ne ho il tempo, o mi annoio, o entrambe le cose! Ho preso una pillola!
Caffeina in pillole, si trova in Nuova Alemagna ed è legale.
- Sei sempre il solito, ma ti trovo bene anch’io.
- Ambrogio, un caffè!
Il barista, che si chiamava Generoso, grugnì qualche insulto affettuoso che per Paolo continuava a valere più di un complimento o di un attestato di stima proveniente da New York City.
- Allora bello, - fece Elena. - cosa ti porta sul paesello?
- Mi mancavano i nostri appuntamenti mattutini, no?
- E basta? Sembravi ansioso di tornare, insomma, più ansioso del solito!
- Solo stress… sto bene… - disse Paolo mimando strani tic facciali che fecero ridere Elena, la quale beveva il suo cappuccino. - E poi devo tornare a casa, roba di famiglia.
- Tutto bene?
- Certo! - sorrise Paolo mostrando 32 denti, come al solito.
- La tua label?
- Bene bene, anche se c’è crisi. - rispose Paolo velocemente come se recitasse un copione. - Il mercato è saturo di inetti coi soldi, ma non mollo, questo mese esce un EP mio che è una vera BOMBA!
Il vecchio alle sue spalle si girò per via del volume con cui Paolo aveva pronunciato la parola “bomba”, almeno nella misura in cui glielo consentì la cervicale. A Noce viene a tutti la cervicale a 45 anni a causa del tempo inclemente e umido. Era segnato dalla fatica e dalle Peroni. Ritornò alla lettura del Corriere del Mezzogiorno.
Elena notò tutto. Ne avrebbero riso per tutta la vita. Se solo lui fosse stato lì. Déjà vu.
- Auguri, - fece. - o dovrei dire in bocca al lupo!
- E tu?
- Il solito.
- Come stai?
- Bene.
- Sicura?
- Sì. - Elena rispondeva meccanicamente.
- Ok. - disse Paolo. - Hai visto che business? - si schermì. - I libri di Johnson vendono a paccate!
- Parli come un dj. - lo derise Elena, che notò comunque quanto le fosse mancato quel soprannome di Gianni che non sentiva pronunciare da mesi.
- Io sono un dj. - le rammentò Paolo.
Elena registrò il déjà vu e andò avanti con la conversazione.
- È vero, allora parli come un uomo d’affari che parla ancora come un teenager!
I due scoppiarono a ridere. Elena lo conosceva bene.
- Comunque sì, - proseguì lei. - ho visto…
- Sei contenta?
- No.
- Tuttavia stai bene.
- Se vivi male, un giorno normale ti fa star bene.
- Mi sembri Gianni…
- Il prossimo che me lo dice lo accoppo.
- Eravate una coppia d’altri tempi… fuori dal comune, e dagli schemi, anche per altri tempi… Elena, ma secondo te, te lo devo proprio chiedere: il suo successo è figlio della sua incredibile storia o del suo effettivo valore?
- Che dire, Paolo? - Elena incrociò le gambe. - Gianni era bravo e apprezzato, ma è innegabile che è diventato una sorta di caso letterario, così lo definiscono. I critici più stimati scrivono delle sue poesie solo perché è morto. È diventato grande quando è morto. Sai che una volta qualcuno fece un esperimento? Andò all’incirca così: presero i versi di un autore sconosciuto, un giovane signor nessuno com’era Gianni, e dissero che erano inediti di Ungaretti o qualcosa di simile: la critica li lodò, il mondo letterario era semplicemente elettrizzato. Poi presero dei versi, poniamo, ungarettiani, e li spacciarono per opera di… Paolo Torre. Ebbene, vuoi sapere come reagì la benemerita società letteraria? In nessun modo, perché nessuno puntò un soldo bucato su un nome ignoto. Gianni si ricordava spesso di questa storia, lo colpì molto.
- È la morte della meritocrazia.
- Puoi dirlo forte, conta solo il nome, il prestigio, la notorietà. È un fatto di per se stesso evidente, si sa. Si chiama logica dell’apparire.
- Perché lui non è qui a vedere quanto tu in realtà sia simile a lui?
- Eravamo diversi, Paolo. - disse Elena senza accopparlo. - Era molto più simile a te.
- Perché dici questo?
- Perché era deciso a farcela a ogni costo rimanendo se stesso, come te. Ce l’avrebbe fatta, io lo so. Auguro a te ogni fortuna, per tutti e due.
- E tu? - chiese Paolo Torre.
- Io sto bene ora, te l’ho detto.
- Sicura?
- Che vuoi che ti dica, che si supera? No, non si supera. Si va avanti.
- Scrittura, università?
- Ho il mio locale.
- Dovresti…
Elena non sentì nemmeno la serie di “dovresti” che conosceva perfettamente. Si isolò. Le succedeva ancora, ogni tanto. Andò in “modalità-déjà-vu”, ma questa volta fu più simile a un flashback da LSD, cosa che non aveva mai assunto, e se ne sorprese. Si guardò intorno confondendo i volti delle persone, sudò un po’, vide le labbra di Paolo fermarsi e si accorse che, siccome non ne udiva più la voce, egli aveva smesso di parlare.
- Sì. - disse semplicemente, pensando di conoscere l’analisi socio-economica che certamente Paolo aveva appena concluso.
- Quindi, hai capito? Un miracolo non succede, ma se succede… Ora devo proprio andare, ti saluto.
Elena abbandonò il torpore in cui era sprofondata per salutare Paolo, il quale le diede appuntamento a un non meglio identificato “domani”, scambiò un paio di improperi con Generoso e uscì dal locale. Elena rimase lì, davanti a varie tazze vuote, con un accenno di emicrania e la netta sensazione che la sua bottiglia di whiskey perdesse, una sensazione piuttosto stupida per una domenica mattina in cui il solo pensiero del whiskey ti fa sentire male. Disgustata nonostante il buon cappuccino di Generoso e la buona compagnia di Paolo, pagò e andò via accettando i biscotti che le furono regalati, ma portandoli a casa per mangiarli in un secondo momento. La piazza era quasi piena, Elena aveva voglia di tornare a letto.

Elena entrò in cucina e trovò il biglietto di Ginzburg: “Grazie.”, semplicemente.
- In un paese civile questo dovrebbe valere qualcosa. - le sfuggì. - Andiamo bene, parlo da sola. Forse ha ragione Paolo, e pure gli altri. Forse eravamo più simili di quanto credessimo. Voglio dire, siamo nati in paese, siamo cresciuti insieme… - Déjà vu.

...continua

Il sole è tornato,
riparte la carovana,
gli odori di Camden,
la bocca a pezzi,

se fossi qui
il vento ti alzerebbe la gonna
sopra questa città,
se solo
fossi qui,

ti amo
ogni giorno di più.

Dentro quel bagno
chiusi per sempre,
una musica nuova
che lontano non va.

Creste
e un calcio
che penetra
la facciata
del palazzo
dritto al fianco,
forse,
stanco forse,
solo allora
tu pensi un po'.

Camden Town (London), 07 may 11 :)

Parte II

- Bella serata… no?
Non succedeva spesso che Ginzburg non sapesse cosa dire. Elena si rilassava sul sedile che aveva leggermente reclinato, guardava la strada e resisteva al sonno. Si fidava dell’improvvisato autista. In autostrada, quando non guidava, ripensava spesso ai viaggi fatti durante l’infanzia a bordo del camion guidato da suo padre. Decise di resistere al desiderio di una sigaretta, Enrico fece lo stesso. Il professore era un po’ a disagio e tentava di nasconderlo, ma in 35 minuti di viaggio gli era venuta fuori solo quella domanda sul meteo, o in generale sulla serata trascorsa.
- Sì, sì. - fece Elena. Picchiettò due volte con l’indice sulla portiera.
- Ho pensato fossi stanca per andare da qualche parte, - si decise Eric. - ti porto a casa.
- Eh, vedo. E poi?
- Lascia fare a me, ci sarà pure un taxi, un treno, qualche bus…
- A Noce?... - Elena lo guardò sorridendo. Per un attimo Ginzburg distolse lo sguardo dalla strada e la guardò. Dietro le lenti vide i suoi occhi che lo guardavano dritto in faccia. Fu solo un istante, ma vide qualcosa in quello sguardo che gli ricordò, déjà vu, quello studente poco più che ventenne incontrato anni prima. Erano occhi curiosi, ambiziosi, svegli nonostante l’ora e la stanchezza e l’inverno. Nonostante l’età. Era possibile che quegli occhi mettessero in soggezione un uomo come lui, seppure per un istante?
- Eh sì, Noce… - fece. - vabbè, che ne so, mi farò un giro! Lascia fare a me, ti dico… non hai un navigatore?
- No, non mi serve. Sei mai stato a Noce?
- No, e neanche conosco nessuno.
- Meglio così.
- Perché?
- Non frequenti già abbastanza ipocriti arroganti e perbenisti dalle facce improbabili qui nell’Agglomerato?
L’Agglomerato era ormai alle loro spalle, Elena non se n’era accorta. Per lei tutti ciò che incontrava fino al suo paese era Agglomerato. Ginzburg fece un sorriso: quella ragazza non finiva mai di stupirlo.
- Eh eh, - ridacchiò. - hai ragione… come stai, Elena? - gli sfuggì con tono protettivo e realmente interessato, il che succedeva sempre meno spesso. Elena rispose tranquillamente, forse se l’aspettava. Sempre meglio dei giornalisti da cui l’aveva “salvata”!
- Mah, piuttosto bene. - Era una risposta di circostanza, o era vero soltanto in parte, la parte più esterna, ma lei non sembrava curarsene molto.  - Mangio, lavoro, dormo. Purtroppo sogno. Cose così. Normale.
- Normale? Davvero? Ti invidio. - disse Ginzburg. Era contento della piega che aveva preso la conversazione.
- Non mi prenda per cinica. - disse Elena piuttosto imperturbabile, gli occhi sulla strada.
- Ma no, ma no! - si affrettò a dire Ginzburg. - Ti conosco. Elena, dammi del tu; sono 6 anni che ci conosciamo.
- Hai ragione. - Elena era stanca davvero, non era una scusa inventata per i cronisti. - Comunque, probabilmente una lunga felicità estrema e un improvviso, immenso dolore dopo un po’ di tempo ti lasciano in una situazione di almeno apparente normalità. Credo di aver fatto la media. È stupefacente.
- Però, mi sembra di sentire lui.
- Anche a me.
Elena sembrava disposta a parlarne e Ginzburg cercò di smettere di far cerimonie con quella ragazza dell’entroterra campano che poteva essere sua figlia. Sulla piccola autostrada illuminata non c’era quasi nessuno, in cielo s’intravedeva qualche stella. Schiacciò l’acceleratore.
- Elena, se ti annoio, riservami lo stesso mio trattamento nei confronti di quel giornalista, in qualsiasi momento.
- Va bene prof, tranquillo. - sorrise Elena Pedicini.
Ginzburg esitò, poi: - Elena, ma è davvero andata così?
- Dipende da quello che sai.
- So quello che si dice, prendo per buono quello che leggo, spero di fare bene.
- Allora sì, più o meno.
- Vuoi parlarne, ci riesci? - chiese il professore ancora una volta, con la voce più rassicurante di cui fu capace.
- Sì prof.
- Costa è morto? - chiese semplicemente.
- Ci abbiamo appena fatto un convegno. - sorrise Elena, ma il suo sorriso era diverso ora. Si era fatto spento, quasi isterico.
- Voglio dire, non è possibile che sia ancora vivo? - domandò Ginzburg lentamente, pesando le parole, cercando di farsi capire bene. Si parlava di una vicenda clamorosa e la conversazione si svolgeva in modo quasi surreale.
- No, non è possibile. E non sai quanto mi ci è voluto per capirlo, per smettere di torturarmi ogni secondo. Questa non è più vita, ma per lo meno la rassegnazione porta all’elaborazione della realtà. Ed è grazie a questo processo che io da circa un mesetto ho ripreso una parvenza di vita normale, fatta di orari, di impegni, di routine, come prima, anche se non sarà mai più come prima, ma certo non fatta più di simili pensieri. Dove sarà, come starà. Gianni è morto professore, il mio Gianni, la persona che amavo di più, è stato fatto fuori. Rassegnamoci. Non mi mettere idee in testa.
- Non vorrei mai, Elena…
- Parliamone, ma non mi mettere idee in testa. - ripeté Elena in modo meccanico, trattenendo le poche lacrime che le rimanevano da piangere. - Mi vedi calma… mi vedi? - lo guardò di nuovo dritto negli occhi fissi sull’asfalto. - Non prendo niente, non prendo pillole, le odio. Mai stata da un analista, non ci abbiamo mai creduto. È un estraneo, non diverso da un giornalista, e devi pure pagare per farlo, stare ai suoi orari, al suo gioco. Almeno i giornalisti ti ascoltano, non chiedono altro. Tutti sentono quel che vogliono sentire, e il problema rimane. Se c’è un problema, lo devi risolvere: è così che abbiamo sempre fatto, così siamo stati educati. Così vai avanti. Mi vedi? Non piango più, me l’hanno ucciso!, e io non piango! Ho pianto per quasi un anno, è inutile e non ce la faccio più, davvero! - esclamò Elena con veemenza.
- Lascia perdere, viaggiamo in silenzio!
- No, no, professore, - Elena si calmò asciugandosi la guancia: una lacrima le era sfuggita dalla coda dell’occhio. Singhiozzò. Non piangere. Non devi mai. Va tutto bene e sempre così sarà. Sono con te. un bel respiro. Chiudi gli occhi. Riparti. Déjà vu. - preferisco parlare con lei, sì insomma, con tu!
Con tu! Scoppiarono a ridere. Ginzburg strinse il volante e cercò di rimanere razionale. Sviò un poco la conversazione.
- Con tu, eh eh… senti Elena, ma perché non torni a vivere in città? Conosco tanta gente lo sai, potrei… - aggiustò il tiro. - …potresti cercare un lavoro, tu scrivi… scrivevi, eri brava, sì insomma, lo sei!
- No grazie Eric. - Elena gli toccò la mano che lui teneva sul cambio. - Non ne potevamo già più dell’Agglomerato. Sto bene, gestisco un locale.
- Sì, lo so, gestisci un locale a Noce. - disse l’accademico imitando scherzosamente il tono usato poco prima da lei parlando del suo paese natale.
- A Gianni piaceva l’idea di un locale a Noce, e anche a me piace.
Ginzburg ritornò serio. Ma che diavolo, era più facile parlare di letteratura italiana con Giulio Ferroni che fare quel viaggio di 100 km con una ragazzina che parlava ormai senza espressione!
- Ma non è di tua proprietà, giusto? - ribatté subito.
- No no, ma faccio praticamente tutto io, il proprietario lo conosco.
- Paga bene?
- Sì, le entrate per fortuna sono buone.
- Sta bene. E…
- Non torno. - lo interruppe la sua giovane amica. - Non scrivo più.
- Peccato. - Ginzburg era sincero con Elena. - Un bel volume…
- No davvero. - tagliò corto Elena. Non mi interessa più. Stasera sono venuta perché c’eri tu, e poi è stata un po’ una sorpresa. Ma ho chiuso quasi del tutto con quel mondo. E con quel posto.
Ginzburg non ebbe bisogno di sentire altro.
- Certo. - annuì. Sospirò. - Dopo quello che è successo. - Si asciugò una guancia leggermente sudata. - Che poi, erano stranieri, giusto?
Elena annuì. - Pare che tra lor parlassero francese, qualcuno forse anche inglese. Avevano una pessima pronuncia e la carnagione bruna.
- Non si è mai trovato nessun possibile colpevole?
- No. - Sembrava un’incredibile intervista, ma non infastidiva Elena.
- Cioè, vuoi dirmi che non sono saltati fuori in tutto l’Agglomerato sei o sette figli di puttana anglofoni o francofoni di carnagione olivastra?
- Erano in 5, e non si trovano. Paolo…
- Ah sì, Paolo Torre!
- Sì. Lui era con Gianni quando è successo. Glie ne hanno fatti vedere a centinaia, ma non c’entravano niente. Paolo si è occupato personalmente dei rapporti con la polizia, è nato in città, ha molte conoscenze. A nessuno è stato torto un capello perché i responsabili non si trovano, i modi degli agenti sono molto migliorati. In più, quelli erano mascherati da Berlusconi e d’Alema e cose simili. Si avvicinava il Carnevale, non devono aver insospettito nessuno. Sai quante maschere del genere sono state vendute nell’Agglomerato?
- Capisco. Si sono nascosti bene.
- Letteralmente spariti.
- Ma…?
- La versione ufficiale dei fatti è quella vera. - Quante volte l’aveva ripetuta negli ultimi 12 mesi? Quante volte se l’era immaginata? - Erano stati da Malik il pakistano per un kebab, come spesso succedeva, io ero a casa a studiare. Si erano spinti nei bassifondi più bassi dell’Agglomerato, giù nel Distretto Orientale, ci giravano spesso. Gianni si lasciava ispirare dal turpe come dal sublime, “la chiesa e la fogna” diceva. Conosceva tutti gli intellettuali ed era amico di tutti i barboni. Nel bel mezzo di vico Tufo, dopo il CSOA Fire Fi…
- Fire Fi?
- Gli hanno cambiato nome da poco, oggi si chiama Free Fi. - Quando un fatto raggiunge un vasto interesse, sembra che non si parli d’altro, e che ogni altro fatto sia a esso conseguente. In questo caso, l’impressione, che Ginzburg avvertì distintamente, era esatta: il centro sociale era stato ribattezzato dopo quegli accadimenti. - Sbucano due uomini, uno più grosso e l’altro mingherlino, chiedono a Gianni e Paolo qualcosa da fumare, qualsiasi cosa, in un italiano stentato. Gianni estrae una sigaretta, il più piccolo dei due una pistola.
- Erano mascherati, giusto?
- Sì, ma sai bene quanti spostati ci sono nell’Agglomerato, la cosa li turbò poco, e a essere sincera avrebbe turbato poco anche me perché può capitare. Quello che non capita tutte le sere è ricevere una bastonata nelle gambe da Berlusconi e d’Alema.
Ginzburg si morse il labbro inferiore.
- Gianni cadde, Paolo gridò, erano impotenti. Altri due uomini sbucano dal nulla, armati, uno di pistola, l’altro di qualcosa di simile a un manganello. “Giovanni!” grida il primo, e il poveretto si volta verso di lui. Il secondo spinge Paolo a terra, il suo cellulare va in pezzi. In due li tengono sotto tiro, gli altri due trascinano via Gianni colpendolo ripetutamente. Parlano velocemente, ma Paolo capisce, in francese: “E’ lui, vero?”, “Sì, è lui il poeta!”. Il poeta, capisci? Neanche gli piaceva essere chiamato così!
- È assurdo.
- Non eravamo ricchi, non eravamo famosi, non eravamo nessuno.
- Perché allora?
- Nessuno lo sa, tranne quei 5 pezzi di merda. Non hanno chiesto alcun riscatto, non una chiamata, non una notizia per un mese. Spariti nel nulla, nessun contatto. Lo abbiamo cercato dappertutto, prima nel Distretto Meridionale…
- Il Quartiere Islamico.
- Niente, semplicemente non sono in nessun posto, è come se la terra li avesse inghiottiti. L’hanno portato via a bordo di una macchina stranissima, che Paolo non aveva mai visto prima, non ricordo neanche il nome, un’auto sovietica!
- Una Lada-Vaz Niva.
- Esatto! Ricordo che era enorme, tipo fuoristrada, a stento passava tra i vicoli, il quinto, il pilota, doveva essere molto bravo. Sbuca dalla traversa, salgono tutti a bordo trascinando con loro Gianni, picchiandolo e bestemmiando, per poi fuggire via lungo vico Tufo, nella notte.
- È una storia incredibile, non ha senso! - Ginzburg continuava a ripetere le stesse cose scuotendo il grosso capo ricciuto.
- Paolo rimase solo, sotto shock. Venne da me, distrutto. Il momento più follemente disgraziato della mia vita. - disse Elena con voce penosa ma lucida. - Ovviamente andammo subito alla centrale di polizia vicino dove abitavo, che dovrebbe contenere la criminalità almeno nelle immediate vicinanze. Sfortunatamente, non siamo a Sim City.
- A me pare piuttosto Sin City. - provò a sdrammatizzare Ginzburg.
- È vero. - fu la sola risposta di cui fu capace Elena, che non riuscì a sorridere.
- Non so davvero come andrà a finire, se potessi me ne andrei anch’io. - Non alludeva unicamente al caso Costa, l’Agglomerato era un posto pericoloso. La polizia faceva quel che poteva, ma legalità, ordine ed equità richiedono soldi, e soldi non ce n’erano, o meglio c’erano, ma nei posti sbagliati. La corruzione e la malavita organizzata facevano il resto. Gli inquirenti avevano pensato anche all’NMO (Nuova Mala Organizzata), ma cosa poteva mai avere a che fare con un giovane scrittore tranquillo e squattrinato? Gianni Costa, e anche Elena Pedicini, non avevano la visibilità per dare fastidio a qualcuno. - Ti serve un cuoco? - sorrise Ginzburg. Questa volta Elena non riuscì a non fare altrettanto: uno dei primi italianisti nazionali si era appena candidato come suo sottoposto. “Ma cosa accidenti succede?, non doveva andare così! Lo diceva Gianni: a volte vorrei una vita normale.”
- Siamo andati alla polizia, - riprese a dire. - quindi nessuno ha pensato a bloccare il conto di Gianni. Il giorno seguente i suoi pochi soldi non c’erano più. Prelevati dalla posta centrale del Distretto Meridionale. Mai che funzionino le telecamere di sorveglianza lì fuori. Mai una traccia, mai un indizio, lo hanno costretto a prelevare. Non erano molti soldi, non l’hanno rapito per quello.
Ginzburg taceva e ascoltava, cosa inusuale per lui, gli occhi sulla carreggiata.
- Passò un mese. Non si parlava d’altro, lo cercavano tutti, chiunque conosceva Gianni Costa e la sua faccia. Una signora lo trovò ubriaco sulla panchina di un parco e scatenò il putiferio: purtroppo non era lui, anche se gli somigliava.
- Mi ricordo, - intervenne Ginzburg. - molti dichiararono di averlo visto.
- Tutte bufale, - fece Elena. - allucinazioni, o invenzioni. A me capita di vederlo, ma purtroppo non è lui.
- Sì. Anche a me.
- Il suo libro cominciò a vendere. - proseguì Elena. - Il trentunesimo giorno, una email raggiunse le caselle di posta delle principali testate nazionali e locali: “Il Poeta è morto. Evviva il Poeta!” Da principio non si credeva possibile, poi, mese dopo mese, ci siamo arresi all’evidenza: Gianni Costa è stato ucciso dai suoi rapitori, misteriosamente scomparsi, forse espatriati. La polizia non lo cerca più, è impossibile che sia ancora vivo dopo quasi un anno senza un solo segnale. La mail fu inviata da un computer rubato che pare sparito pure lui nel nulla. Mai una traccia, mai un indizio.
- Non un testimone?
- Il Granconte, l’ubriacone di vico Tufo.
- “L’Animale”? Andiamo bene…
- Vedo che qualcuno frequenta il Distretto Orientale.
- Frequentava. Ha confermato?
- Ogni cosa.
- Dio mio.
- Da un anno vivo in un incubo. Un indistruttibile, ovattato incubo. È già tanto che mi renda conto di cosa faccio e di come mi chiamo.
- Scusa, ho afferrato: da oggi ti inviterò solo tra il pubblico.
- Tranquillo prof., comunque grazie. Gira a destra.
Avevano appena lasciato l’autostrada per il comune di Noce.
- Ho sentito Andrea Nippolis, - si ricordò Eric svoltando. - potrebbe scrivere una biografia, autorizzata naturalmente…
- Non lo so, Eric. La sua prima raccolta è un best-seller, i 3 libri postumi, le traduzioni, i convegni…
- Guarda che è bello, ne sarebbe fiero…
- Certo, lo so… fammi parlare con i genitori…
- D’accordo. E se no, a fare in culo anche Nippolis!
Stavolta risero un poco. Poi fu Elena a ricordarsi una delle ultime novità.
- Vogliono fargli una statua. - disse, come fosse la più trascurabile delle notizie.
- Una statua?
- Beh, mi ha detto un assessore di un mezzobusto al parco comunale, tra quelli delle celebrità locali.
- Mi sembra un’ottima cosa, Elena.
- Accosta professore, siamo arrivati.
Elena indicò una traversa a destra che si apriva sulla curva al termine della discesa che stavano percorrendo, dietro una chiesetta. C’era un po’ di nebbia e l’asfalto era umidiccio come al solito. Enrico Ginzburg, poco avvezzo alle stradine di campagna, girò lentamente il volante. proseguirono lungo una ripida discesa costeggiata di graziose casette, tutte dotate di comignolo, cortiletto con tettoia, cuccia per il cane. Dopo pochi metri, Elena disse a Ginzburg di entrare in uno dei cortiletti illuminati: erano arrivati.
La ragazza guidò il professore su una piccola scalinata.
- Entra e bevi qualcosa. - Ginzburg non rifiutò. Salirono i pochi gradini e accedettero nell’appartamento situato al piano sopraelevato, occupato da Elena. Viveva in affitto e la sua casa era composta da un minuscolo ingresso, una piccola cucina, una piccola stanza da letto e un piccolissimo bagno. Un piccolo appartamento che a lei sembrava enorme.
Ginzburg fece attenzione a non sbattere la testa entrando in casa. Elena lo condusse in cucina e prima ancora di chiedere: - Whiskey, vero? - mise mano a una bottiglia di Jack Daniel’s quasi del tutto piena. Ginzburg sorrise. Di solito agiva impulsivamente: le persone con cui era uscito dal teatro, tutte di medio-alta importanza, si stavano certamente chiedendo dove fosse finito; sua moglie non l’aveva nemmeno cercato al telefono perché lo conosceva; si ritrovava nella provincia sperduta senza alcun motivo, eppure ne era contento, ed era contento di essere riuscito ad affrontare sufficientemente bene quella situazione. In fondo, i due si stimavano vicendevolmente. Elena si concesse una sigaretta che estrasse dalla borsetta, Ginzburg bevve.
- Qui non avete giornalisti? - rise. - A quest’ora avrebbero già scritto che siamo amanti, in città!
- E tu sei uno dei non più di 3 accademici che sono certa non voglia dar loro ragione!
- Ha ha ha Elena, ma hai l’età di mia figlia! Lunedì ha un esame.
- Lettere?
- Per carità! - Ginzburg alzò le grandi mani al cielo. - Ingegneria!
- Incredibile! - Fu l’unica volta che Elena alzò la voce in tutta la serata.
- Maledetti, l’università è diventata infinita! - attaccò Ginzburg. - Noialtri siamo costretti a lavorare fino alla dipartita, voialtri a studiare! Cambia l’ordinamento, cambia il conio, un esame nuovissimo ordinamento è uguale a 1936,27 esami del nuovo ordinamento, ora cosa ci attende, il nuoverrimo disordinamento? - Era al secondo cicchetto e rideva, ma smise subito per delicatezza. - Rimettiti a studiare.
- Non mancherò.
Ginzburg si grattò la testa scompigliandosi i capelli sulla nuca. - Beh, tra poco albeggia, - disse senza neanche guardare l’orologio. - Vado. - Voleva raggiungere il cappotto sul divano, ma non gli era semplice alzarsi dalla sedia.
Elena prese con sé il cappotto.
- Buonanotte prof.

...continua

***

la vita è treno

Ragazza con la borsa a forma di gatto
parla con la vecchia lavandaia
sul terrazzo con l’edera sulla ringhiera
e la locomotiva che passa in cucina,

il mio passato sono i rombi di luce
trasportati dalle onde,
e la vecchia ha un cesto pieno sulla testa
e sta cambiando colore…

Adoro ogni traccia di te
e devo perdere l’abitudine di ricordare,
è come raccontare un sogno
o descrivere il fondo del mare.

Diamante estate 2013

Benevento, Hortus Conclusus
“Nulla in Italia è più antico di Benevento, che secondo le leggende locali fu fondata o da Diomede o da Ausone, un figlio di Ulisse e Circe. Essa fu senza dubbio un'antica città ausonica, fondata lungo tempo prima della conquista sannita di questa parte d'Italia.”
A scriverlo è Edward Hutton, nato ad Hampstead, Londra, nel 1875. I suoi viaggi in lungo e in largo per lo Stivale furono oggetto di numerose opere, tra cui spicca il suo ultimo lavoro, Naples and Campania revisited, uscito a Londra nel 1958 per Hollis and Carter. La sua testimonianza viene citata dallo storico casertano Aniello Gentile, autore di Benevento nei ricordi dei viaggiatori italiani e stranieri (Società Editrice Napoletana, Napoli 1982), opera patrocinata dal comune di Benevento. Sulla soglia del testo, il saggista beneventano Roberto Costanzo ripercorre la storia della sua città: “Quando dalle brume nordiche i Longobardi calarono per fondarvi il più grande ducato dell’Italia meridionale, Paolo Varnefrido Diacono ne celebrò i fasti.”
Costanzo si riferisce al Ducato di Benevento, la cui fondazione si fa risalire al 576; esso costituiva, insieme al Ducato di Spoleto, la cosiddetta “Langobardia Minor”, separata dalla “Maior” (come venivano chiamati i territori settentrionali) dallo Stato Pontificio. Il Ducato di Benevento rappresentò da un lato l’insediamento longobardo più meridionale, dall’altro l’ultimo a cadere (accadde solo nel 1078, quando i Normanni presero Salerno).
È in questo lontano passato che bisogna ricercare le origini e le prime testimonianze di una delle leggende popolari più note e studiate in Italia e nel mondo: quella delle Streghe di Benevento e del mitico Noce sotto le cui fronde esse si radunavano, un tema che ritroviamo nelle opere degli artisti praticamente di ogni tempo. La fonte più importante, a cui dobbiamo la stragrande maggioranza delle informazioni sull’argomento, è forse il “Trattato historico” intitolato Della superstitiosa Noce di Benevento, stampato a Napoli per i tipi di Giacomo Gaffaro nel 1640. L’autore è il beneventano Pietro Piperno, singolare e poliedrica figura di scrittore, filosofo e scienziato. Egli fu infatti medico, anzi “protomedico”, ossia il funzionario pubblico che coadiuvava lo Stato nell’adempimento dell’attività sanitaria (inutile sottolineare la rilevanza anche politica di questa carica). Nel suo trattato, rifacimento in volgare di un primo lavoro in latino, il Piperno ricostruisce la eziologia della leggenda, la quale assume contorni di vera e propria eresia. Le strane pratiche e i riti demoniaci che sembravano svolgersi sotto il Noce infatti derivavano dai culti religiosi pagani dei Longobardi: si racconta che nel VII secolo i Beneventani adorassero idoli come una testa di capra, un serpente di bronzo o una vipera d’oro (quest’ultima, detta “Anfisibena”, poteva essere alata o bicefala). La maggior parte di queste cerimonie si svolgevano sotto un enorme albero di noce situato due miglia fuori città, nelle cui radici, secondo l’autore, si era addirittura insediato il Diavolo. Siamo nel Seicento, il secolo del Barocco e della Controriforma cattolica, e per un uomo di scienza avvenimenti soprannaturali come miracoli, apparizioni ed interventi divini o diabolici di ogni sorta sono ancora plausibilissimi.
Ferdinand Gregorovius, storico tedesco del XIX secolo, riferisce che all’epoca “la città si considerava come repubblica sotto l'alto patrocinio dei Papi”. Il trattato è dunque un frutto dell’ortodossia cattolica più intransigente, volto alla descrizione del nemico (i pericolosi residuati di un paganesimo barbarico antico e misterioso) e alla sua distruzione culturale e materiale. In una società in cui la dottrina cristiana penetrava ancora ogni manifestazione della vita umana non c’era spazio per altre posizioni: la censura ecclesiastica costringeva gli autori a modificare anche i contenuti più innocui e l’alternativa era vedere il proprio lavoro messo all’Indice e arso pubblicamente (e non dimentichiamo i tanti eretici veri o presunti condannati al rogo dal Tribunale dell’Inquisizione). Gli intellettuali più intransigenti si arrangiavano come potevano: nacquero la stampa clandestina, la dedica a un personaggio potente che potesse fungere da protezione, la crittografia.
Nella sua opera, Pietro Piperno descrive l’albero incriminato e ne narra la storia, per poi soffermarsi sulle maggiori famiglie del patriziato beneventano che tanto peso ebbero nella vittoria del cattolicesimo su quei culti eterodossi (l’autore rintraccia gli albori delle casate in questione proprio nel VII secolo: sui loro stemmi familiari figurano infatti serpenti alati a due teste). Si chiarisce poi per quale motivo le Streghe si riuniscano qui piuttosto che altrove e perché siano donne piuttosto che uomini; si sottolinea l’incredibile fama del luogo maledetto presso gli Stregoni di tutto il mondo e se ne individua la precisa collocazione. Completa l’opera una serie di gustosi “esempi” di casi strani o prodigiosi riguardanti le Streghe oppure verificatisi all’ombra del Noce.
Nella prima parte dell’opera si intrecciano più che altrove storia e leggenda: si narra dell’assedio mosso nel 663 dall’imperatore bizantino Costante II al Ducato di Benevento. Ben presto a Romualdo I, sesto duca della città, non rimane che chiedere l’aiuto divino tramite la generosa intercessione di San Barbato, il futuro Vescovo di Benevento che predicava in piazza contro le idolatrie e i riti mostruosi che si svolgevano presso il Noce. La battaglia è vinta, soprattutto grazie al valore dei cavalieri longobardi e ai rinforzi provenienti da Nord e capeggiati da Grimoaldo, Re dei Longobardi e padre di Romualdo. Quest’ultimo, restaurata la pace, mantiene la parola e, recatosi in processione nella nebbiosa Valle del fiume Sabato, fa sradicare il diabolico albero, nelle cui radici viene trovato Satana in persona sottoforma di orrido serpente: solo un nuovo intervento di Barbato, che uccide il Demonio con l’acqua benedetta, salva la situazione.
In realtà si pensa che i riti longobardi affondino le proprie radici in culti pagani diffusisi a Benevento già durante la dominazione romana: si adoravano Iside, la dea egizia della luna che poteva dominare i serpenti, Ecate e Diana, divinità greco-romane rispettivamente degli inferi e della caccia (identificate come entità una e trina). Ipotesi molto probabile, se si pensa che il termine locale per “strega” è “janara”, che potrebbe voler dire “seguace di Diana” oppure derivare da ianua, latino per “porta”. Secondo la tradizione popolare infatti per tenere le Streghe lontane dalla propria casa bisogna tenere una scopa o un sacchetto di sale appunto davanti alla porta d’ingesso. La Strega che nottetempo tenterà di entrare dovrà allora contare tutti i fili della scopa o i granelli di sale finché spunterà il sole, la cui luce ucciderà la “sposa di Satana”.
Il Cristianesimo tentò di spazzare via le pratiche pagane preesistenti, ma finì con inglobarne molteplici elementi: per fare un solo esempio, il culto della Madonna ha più di un punto in comune con quello di Iside. I Longobardi si convertirono formalmente, ma in molti non abbandonarono le antiche credenze: un rito in onore di Wotan, il padre degli dei, prevedeva che la pelle di un caprone fosse appesa a un ramo del Noce. I cavalieri giostravano con l’obiettivo di strappare con le loro lance brani di pelle che poi divoravano in una sorta di pasto rituale. È probabile che le urla dei guerrieri abbiano suggerito ai Beneventani cattolici l’idea delle danze orgiastiche.
In ogni caso, alla fine del racconto Pietro Piperno può esultare per il trionfo dell’ortodossia sull’eresia: il Noce è distrutto e la partita è vinta. O forse no? In fin dei conti, un’inquietante leggenda narra che molti altri simili alberi siano cresciuti spontaneamente poco lontano, originandosi per intervento diabolico dalle radici del primo. E il duca Romualdo, privatamente e in gran segreto, continuò ad adorare la sua vipera d’oro a due teste…

antonio oliva 2012 per rivista "cultura e dintorni"
Antonio Oliva, Le Streghe di Benevento. La leggenda della "superstitiosa Noce", collana Saggistica, Caravaggio editore, Vasto, in uscita


Vincenzo Latronico è nato nel 1984 a Roma. Vive attualmente a Berlino ed è uno degli autori più promettenti del panorama culturale italiano. Oltre a romanzi e racconti, scrive per il teatro ed è anche traduttore. Ha curato una rubrica su Radio Onda d’Urto e ha vissuto a Milano, in Belgio e in Lussemburgo.

Ci incontriamo in occasione della premiazione del Premio Napoli tenutasi il 12.12.12 presso il Teatro Mercadante.  La nostra piacevole chiacchierata comincia al tavolino di un vicino e chiassoso bar, davanti a una birra e dei salatini.

Vincenzo, parlaci di te come uomo e come autore.
In realtà fatico sempre molto a sentirmi autore. Proprio oggi scherzando dicevo che sulla mia carta di identità c’è scritto ‘traduttore’, perché credo si tratti di una capacità misurabile. Che io sia un autore dipende da troppi parametri esterni, come il fatto che sia riuscito a pubblicare, che ci sia un mercato del libro, cosa che oggi non è poi neanche del tutto ovvia. Ho difficoltà anche a usare la parola ‘uomo’: quand’è che si diventa uomo? Alla nostra età i nostri genitori avevano già figli e mutuo, diversamente da noi. Ho studiato Lettere, poi Filosofia, ho iniziato un dottorato che poi ho abbandonato: ci sono un po’ di tracce di questo anche nel mio ultimo romanzo.

Parlaci delle tue opere.
Ho iniziato il mio primo romanzo, Ginnastica e rivoluzione (vincitore del Premio Berto opera prima), a 17 anni senza avere idea che avrebbe avuto un pubblico e sarebbe finito su uno scaffale accanto a Hemingway. È passato attraverso diverse redazioni, per uscire addirittura 7 anni dopo. Tutto questo si nota dalle pagine del libro, è un romanzo che serve a far vedere che ci sai fare. Mi viene in mente Wallace, che riassume il suo primo romanzo con la frase “Guarda mamma, senza mani!”. Col tempo poi si acquisisce dimestichezza. Non è un caso che il mio secondo romanzo, La cospirazione delle colombe, abbia trovato più lettori perché si propone di dare realmente qualcosa al pubblico, in termini di intrattenimento, opinioni, nozioni interessanti, a differenza del primo libro che oggi mi sembra un complicatissimo gioco di parole. Magari a tratti anche bello, ma niente di più. Linee guida sulla ferocia è un testo teatrale su fragilità, desideri e paure della ‘generazione 1000 euro’. Normalmente, il regista guida l’autore nella scrittura del copione. Nel mio caso, invece, non è andata così, per cui il mio libro può avere degli spunti interessanti o dei bei personaggi, ma non era adatto a essere rappresentato così come l’avevo scritto, infatti è andato in scena con molte modifiche apportate insieme da me e dal regista che con molta gentilezza mi ha spiegato cosa in scena non funzionava.

La cospirazione delle colombe è l’opera finalista nella sezione narrativa del ‘Premio Napoli’…
È un romanzo classico, molto lungo, con tanti personaggi e una trama molto complessa. È nato dalla sovrapposizione di due romanzi diversi: uno che parlava del mio quartiere nella periferia nord di Milano, il quartiere Isola, che un tempo era popolare ma in seguito a una serie di speculazioni è diventata una zona ricca; un altro sulla finanza e su certi fatti avvenuti in Albania negli anni ‘90, i quali mi venivano raccontati dal mio coinquilino albanese e mi parevano le premesse della crisi mondiale del 2008-2009. È una storia che parla di ambizione, di cosa si è disposti a tradire, delle autogiustificazioni: “ne ho subite tante, adesso tocca a me darle” e “se non approfittassi io lo farebbe qualcun altro”. Una volta messi insieme i due progetti, anche la scrittura è diventata più rapida.

Laureato in Filosofia, critico d’arte, traduttore, scrittore: come concili tra loro questi ambiti simili ma diversi?
Nel mondo del teatro io sono un infiltrato: il Napoli Teatro Festival mi ha commissionato un testo nell’ambito di un progetto che portasse a scrivere per la scena giovani autori che non l’avessero mai fatto. Io mi sono buttato ed è nato Linee guida sulla ferocia. Ho iniziato a scrivere di arte occupandomi della letteratura nell’arte. Di solito mi lancio, un po’ ingenuamente, nelle cose che mi incuriosiscono. Purtroppo però oggi si ragiona un po’ troppo per settori, forse più in Italia che altrove, credo a causa della gerontocrazia e del ‘diritto di cittadinanza’ ottenuto solo tramite la gavetta. Questa situazione non fa il bene della disciplina, ma di certo fa il bene dei praticanti, perché garantisce un numero limitato di ‘posti’.

C’è mai stato un momento di crisi nella tua attività in cui hai pensato di smettere di scrivere?
Sì, questa estate. Sono uscito da poco tempo da questa sorta di crisi. Ad aprile ho cominciato un nuovo libro, ma d’estate mi sono completamente bloccato: mi ero preso tre mesi per lavorarci ma non ho scritto niente, o meglio, ho scritto cose di cui ero profondamente scontento. Mi sono detto: se va avanti così mi dedicherò soltanto alle traduzioni. Poi, dopo un altro mese di ‘vacanza’, ho ricominciato a scrivere a novembre e ho riempito un quaderno che mi è stato purtroppo rubato pochi giorni fa. L’ho preso come un chiaro segnale: devi soffrire di più. Diciamo che è stato un anno complesso ma ora sono ottimista.

Lo stato della cultura in Italia e all’estero.
È un argomento veramente molto vasto. La musica e il cinema hanno attraversato una profonda crisi economica dovuta all’avvento del digitale. La letteratura non ci è ancora arrivata ma è sulla stessa strada. Credo che le cose cambieranno ancora e che la letteratura stia per infrangersi sullo stesso iceberg dell’industria discografica e non si stia prendendo nessun provvedimento. Gli economisti sostengono che tra qualche tempo tutta l’arte non sarà più pagata e sarà totalmente gratuita: un male per i produttori, ma un bene per i fruitori. Io sono molto più un consumatore che un produttore, quindi ci andrò a guadagnare. Un’obiezione potrebbe essere che in questo modo non si produrrà più cultura di qualità, ma se ci pensiamo in passato non esistevano le royalties, Ariosto e Cervantes non avevano le royalties, per cui se è andata bene per loro potrebbe andare bene anche per noi. Magari si troverà un equilibrio economico diverso. Il libro cartaceo a cui siamo tanto legati potrebbe scomparire, ma a pensarci bene è lo stesso discorso fatto ai tempi di un altro cambiamento epocale: l’invenzione della stampa a caratteri mobili avrebbe reso i libri tutti uguali e senza anima. La nostra è una generazione a cavallo, di transizione, ma già per i nostri figli tutto questo sarà normale. Sempre che le condizioni economiche ci permetteranno di averne. Siamo una generazione sfigata.

Ti senti un falco o una colomba?
È una domanda infernale perché in fondo se penso a una tesi del romanzo, se c’è, è che sono le circostanze che fanno il falco o la colomba. Io ho scelto di abbandonare il dottorato perché mi sembrava una situazione che ti incoraggiava a fare il falco. Se ad esempio, indipendentemente dal tuo valore, ti viene offerta una raccomandazione senza la quale non puoi andare avanti, perché il tuo posto verrà comunque occupato da un altro raccomandato, tu cosa fai? Se accetti, questa è la situazione che fa di te un falco. Scegliendo di andare in Germania e di ritirarmi dalla società letteraria italiana ho cercato un po’ di preservarmi, se vuoi per vigliaccheria, perché di fronte alla scelta forse non avrei il coraggio di fare la cosa giusta. Mi sento molto volubile, o molto ‘volatile’, per cui preferisco privarmi della scelta. Per dirla con Andrea de Carlo, autore di Uccelli da gabbia e da voliera, io forse mi sento un uccello da voliera.

Prima di salutarci, secondo te stasera chi vince?
Come ha scritto Saint Just nei Frammenti sulle istituzioni repubblicane, “Alla fine vince sempre il popolo”.

Così si conclude la nostra intervista, ma continueremo a chiacchierare ancora a lungo. Intanto scappiamo al Teatro. Paghiamo il conto e Vincenzo ci dice: “Grazie ragazzi, se vinco a buon rendere”.

La cospirazione delle colombe ha vinto il primo premio nella sezione narrativa del ‘Premio Napoli per la lingua e la cultura italiana’ con la seguente motivazione: “Apprezzabile per l’urgenza dei temi affrontati – l’etica dei rapporti interpersonali sullo sfondo della crisi globale – La cospirazione delle colombe avvince l’attenzione del lettore grazie a un’esperta costruzione dell’intreccio, alla vitale originalità dei personaggi e a una lingua affabile, efficace, mai corriva.”


Antonio Oliva & Filomena Roberto 2013
(da rivista Cultura e Dintorni n. 8-9)

***

dal breviario


Orgogliosi
dei nostri posti vuoti
proseguiamo,

cercherò
quel che chiedete,
generali illuminazioni
che sian buone
un po’ per ognuno
e non solo
per il solito cuore
in cui continuo a scavare.

su di me

La mia foto
Ariano Irpino, Avellino, Italy
Antonio Oliva è nato nel 1985 ad Ariano Irpino (AV). Ha partecipato a numerosi progetti teatrali e musicali. Nel 2009 si laurea in Lettere Moderne e nel 2012 in Filologia Moderna presso l’Università Federico II di Napoli. Dopo diverse esperienze nel 2015 si abilita all'insegnamento presso lo stesso Ateneo. Ha lavorato a Roma e Bergamo e vive itinerando.
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