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La città è una mela
e io il bruco,
le foglie se le porta via il vento,

non fingiamo di non sapere,
siamo foglie,
a Napoli si brinda
e poi Roma, Milano e Venezia
e qualcuno La Spezia,
mangeranno i nostri colori
d'altri tempi,
niente no niente sì,
mi è venuta così,

un nuovo grande frutto
nel cui sud passeggiare la sera,
nuovi vasi da riempire,
pensi quante vittime quassù.

Roma 2.10.2015


2

Ennio guardò l’orologio rosso e blu che ticchettava alla parete. Le sei e tre quarti del pomeriggio.
Faceva caldo nel Paesello e il sole faceva stranamente bella mostra di sé, appeso al cielo azzurrognolo come l’orologio alla parete bianca. Stava arrivando l’estate e lui, il sole, si prendeva gioco della stagione fredda ormai al tramonto e degli abitanti del Paesello che timidamente facevano capolino come ghiri reduci dal letargo, quasi increduli. Si prendeva gioco dei mesi avvolti nella nebbia che, forse, avrebbero ceduto il passo a qualche tiepido momento di gioia, magari a qualche serata in cui si potesse conversare fuori al pub senza interrogarsi sull’identità di un interlocutore avvolto nell’eterna foschia, sempre, quasi ogni sera di ogni maledetto anno.
Questo pensava lui, Ennio, mentre tamburellava con le dita sulla scrivania Ikea di compensato bianco, nuova o quasi, piena di polvere rappresa, capelli e macchie di caffè sparsi qua e là. Ennio tentò di riconcentrarsi e inforcò di nuovo il mouse, il maledetto aggeggio che non funzionava mai, da quando era piccolo, che aveva sempre tentato di sostituire con la tastiera, il puntatore o il touchscreen, senza successo.
A lui piaceva usare le mani. A molti altri nel Paesello piaceva usare le mani, ma principalmente per dare luogo a risse. A Ennio invece piaceva creare con le mani, plasmare la musica come argilla e dare suono ai segni che leggeva sul pentagramma, dare forma alla più incorporea e inafferrabile di tutte le muse. Glielo leggeva in faccia suo padre, che da giovane suonava il basso e gli insegnò i rudimenti della chitarra quando Ennio era ancora bambino, così potevano suonare insieme.
Ennio strimpellava da solo o con gli amici sulla chitarra Yamaha rossa che in qualche modo si era fatto prestare dallo zio per intercessione di suo padre, finché una sera alcuni ragazzi più grandi lo invitarono nel club dove provavano. Il club in realtà era una cantina che una vecchia alcolizzata aveva affittato per poche lire mensili. Era una specie di quartier generale: cene, feste di Capodanno, appuntamenti galanti, tutto insomma, inclusa la musica. Gli amici avevano montato un’essenziale strumentazione ed era nato quello che ribattezzarono Il Luogo, un posto dove potersi incontrare per fare qualunque cosa e trascorrerci anche intere giornate. I ragazzi cominciarono a provare un abbozzo di repertorio e decisero di chiamarsi, appunto, i Cavern.
Al Luogo doveva esserci una bella atmosfera e, si vociferava, anche una invidiabile collezione di damigiane di rosso paesano, alcune talmente vecchie e sinistre che nessuno aveva mai avuto il coraggio di avvicinarvisi. Incuriosito, Ennio entrò in compagnia di un suo amico, non ricordava neanche più chi fosse, forse per la nebbia. E fu così che la vide: una batteria X-Drum marrone, completa di charleston e tutto il resto. Fu amore a prima vista. Riuscì perfino a bere un po’ dell’inchiostro custodito nella più vetusta damigiana, superando la paura dei danni fisici e dell’ira della vecchiaccia. L’iniziazione era completata.
Aveva 16 anni. Imparò a suonare, studiò fino a farsi venire le vesciche sugli anulari e in breve tempo padroneggiava bene la quartina, la terzina, la duina, lo shuffle e il reggae beat. Questo gli permise di entrare senza sforzi nei Cavern nonostante gli anche tre o quattro anni di differenza con gli altri membri del gruppo. Provavano, suonavano in giro per locali e feste, spingendosi anche in paesi e cittadine vicine, fino a quella grande serata in cui i Cavern suonarono per la prima volta al Knak, un pub dell’Agglomerato.
Ennio rimase folgorato. La gente ballava sui tavoli, e poi il casino, le luci, i tipi strani. Una volta diplomato, si trasferì ed entrò al Conservatorio. Mise su un nuovo gruppo, Uncle Ernie & his Fuckin’ Funny Orchestra. Le serate si intensificarono: era difficile trovare un locale in cui non avesse suonato, una manifestazione del cui palcoscenico non avesse calcato le tavole o un musicista del giro con cui non si fosse incrociato almeno una volta.
Abbandonò gradualmente le asperità punk rock giovanili per l’influenza della musica classica che studiava con diligenza. Si diplomò brillantemente al Conservatorio come batterista e percussionista, ma suonava quasi perfettamente anche chitarra, basso e pianoforte ed era capace anche di dirigere altri musicisti.
Il successivo passo era nella sua testa un lavoro stabile e onesto nel campo che lui amava e continuare a divertirsi facendo serate qua e là, ma soprattutto ormai si sentiva cittadino dell’Agglomerato ed era lì che voleva vivere. Si ritrovò invece senza uno scopo, perché non studiava più e non riusciva a trovare un impiego qualunque che gli permettesse di vivere. Stavano finendo anche i soldi delle serate, perché ne trovava sempre meno, molti facevano storie per il pagamento e in generale andavano per lo più dj set e baby gang che facevano hip hop i cui componenti erano dei veri malviventi, sempre nella loro testa.
Ennio non ebbe scelta: fece la valigia e tornò mestamente al Paesello, maledicendo sé stesso, la batteria e quell’amara metropoli che l’aveva prima sedotto e poi sputato via come un seme di anguria. L’unico che riuscì a prenderla peggio di lui fu suo padre, che era al settimo cielo per i successi musicali del figlio e non riuscì a consolarsi nemmeno al pensiero di riaverlo a casa.
Così, senza soldi e senza sorriso, Ennio si ritrovò quella sera dei suoi scarsi trent’anni a lavorare al pc col mouse all’arrangiamento di un pezzo composto da Oskuro, l’effettivamente nebuloso rapper del Paesello, che coi suoi testi scomodi e il suo turpiloquio puerile gettava fango sulla società effettivamente retta da una classe dirigente che annoverava tra i suoi principali esponenti suo padre, noto medico di provincia e consigliere comunale di maggioranza. Era proprio lui che, facendo leva sulla necessità che un corrotto assessore aveva di mettere a posto un’amica, aveva premuto per riaprire il vecchio centro sociale nella cui sala macchine ora sedeva Ennio, litigando con quel coso con la coda che sapeva usare molto peggio di una bacchetta da direttore d’orchestra. Sul tavolo erano sparse tante cianfrusaglie, tra cui banconote. Con la sinistra ne afferrò una da 50 € e iniziò a giocherellarci stropicciandola, mentre tamburellava con la destra sul mouse. Era frustrato, spazientito, spento. Diede un colpo col mouse sul pad e lanciò la banconota contro il vetro della sala d’incisione, in cui nessuno incideva mai.
I soldi ricaddero mestamente sul tavolo e la porta si aprì.
- Bella frà.
- Ciao Oskù. - Ennio era sconsolato al pensiero di quel pantalone esagerato, quella felpa capuche e quell’aria di sfida, ma riuscì ad apparire più inespressivo possibile. Guardò appena gli occhi del suo giovanissimo interlocutore.
- Hai finito? - disse l’altro nel suo accento volutamente pesante, mischiando italiano e dialetto. - Io devo incidere il pezzo nuovo.
- Un altro? Aspetta, devo finire ancora la base di questo.
- Sbrigati però. Non posso aspettare.
- E dove cazzo devi andare, a chiedere voti per tuo padre, che già sarebbe qualcosa, o a comprare il fumo, ammesso che tu ci vada davvero e non solo nei tuoi testi di merda. - Ennio si vide dirlo, ma non lo fece.
- L’ho scritto stamattina. - incalzava l’altro. - Si chiama Faccio grane.
- Faccio?
- Grane.
- Ma non è italiano “Faccio grane”. Forse vuoi dire “pianto grane”.
- No no, faccio. Ennio, come suona il pezzo? Guarda che questo è il quinto album eh, dev’essere più maturo.
Ennio non fece osservazioni sulle pretese di maturità artistica di un diciassettenne.
- Ma non è che c’hai da fare?
- Ma che c’ho da fare, qua ormai ci vieni solo tu. Praticamente lo avete aperto voi e lo mantenete voi.
Oskuro non era certo di aver afferrato, ma ovviamente non lo diede a vedere. Non trovò niente di meglio da fare che prendere 100 € e sbatterli sul tavolo. Ennio non lo guardò nemmeno. Forse lanciò un’occhiata ai soldi, ma non a lui.
- Ti do di più se ti sbrighi. Che ti credi? Questi per me non sono niente.
“Madonna, ma che vuoi da me?”
- Ennio, ci vediamo domani, base pronta e che suoni bene, poi registriamo Faccio grane e forse un altro se lo finisco.
Ennio si girò e lo vide varcare l’uscio e richiudere la porta. Pensò ai Cavern, all’Agglomerato distante 100 chilometri eppure lontano anni luce, al Conservatorio, alle scale eoliche, alle misolidie.
- Ma che cazzo ci fa questo con tutti ‘sti dischi che gli stampo? Mio Dio, è il nuovo Frank Zappa, è il nuovo Frank Zappa!!!
Gridò, si agitò. La stanza non era insonorizzata, quindi chiunque poteva sentirlo. Ma come sempre c’era solo l’amica dell’assessore, che tornò a leggere il suo romanzo seduta alla sua scrivania, senza farci troppo caso.

continua

Che sarà
di quelle due bambole in soffitta,
andranno d’accordo?
Che sarà
degli scatoli pieni, delle pagine scritte,
di quelli vacanti?

Sì, sono solo a metà,
ma mi calmo un po’,
lava di luna nelle vene,

quando mi hai pescato, rimesso in sesto
e sbrindellato
e abbiamo sputato in faccia ai soldi
mentre facevamo l’amore
e guarendo la ferita più profonda l’abbiamo rifatto
fasciando ginocchia e legandoci insieme coi nervi,
che ne è stato del Metrò?

Che ne sai
che cominciando un giorno ad annoiarmi
mi divertivo di più,
di quando allegretto ti dissi una volta
siamo due star,
se sono grande più grande ma solo un poco
lo devo anche a te
e il romanzo di formazione più bello
lo era meno di te,

dove sono
i baci i film i peluche i regali saltati,
dentro di me?
Quando arriva qualcuno che ignora dimentica o non ama la storia
ammazzalo te,
che una volta hai tagliato la testa a un gigante
per far tagliare a me tutto il resto,
che meno male che mi hai mangiato
e io mi ubriacavo di te,

quando uscimmo da Dite io dissi
andiamo al caffè,
ricominciammo da zero
e mettemmo su un numero nuovo,
poi di certo mi manca quel nido da cui
non mi muovevo,
ma la notte si è presa la luce
E-nel buio stai bene,

sì, ne abbiamo fatte tante,
facciamo pure questa,
forse starà bene
nel bagaglio formativo
che finalmente disfarò.

E combattevo per me per piacere
ma soprattutto per te,
ora mi faccio le nuotate in acque di merda
perché sono un involucro vuoto
soprattutto se è festa,
però rispetto soprattutto i vuoti momenti
perché a quelli non ci pensa nessuno
e se non volo vagherò coi miei aneddoti,
ci giocherò e li metterò a letto uno per uno.


16 agosto 2015

L'ambizione (Déjà vu)
Autore: Antonio Oliva
Genere: racconto
ISBN n.: 978-1-326-38151-6
Scaricalo: è gratis.

CLICCA QUI

Che succede
ai lati delle strade
in contrade maledette
nel mallo di una noce
incontrate
per quello che siete

Il mondo la gioia
non sono un colpo
del vostro martello
del triste mantello

Forse finite
nelle sorgenti
forse trovate
brani di pace

Napoli 29 giugno 2015
Per saperne di più: https://it.wikipedia.org/wiki/Malleus_Maleficarum

Era una calda sera nell’Agglomerato, né troppo presto, né troppo tardi per pensare a qualcuno. Marino era al bancone, sempre, e anche in quel momento Marino era al bancone. Si trattava del bancone del Casacuore, il posto che riesce a costruire intorno a te l’atmosfera delle bevute di paese di quando ancora non eri nel folle vivo decadente Agglomerato, il cui nome a suo modo romantico ben si addiceva allo stato d’animo di Marino in quel momento. Oppure no? In ogni caso, era uno stato d’animo abbastanza frequente.
Marino beveva scotch che gli pareva lava giù per la gola. Faceva come sempre caldissimo. Marino non sfoggiava la sua consueta mise canotta-bermuda-zoccoli, ma portava un bel completo scuro con tanto di scarpa costosa e camicia bianca i cui primi due bottoni aperti concedevano respiro al poveruomo. Sudava, per il caldo e per il drink. L’avventore al suo fianco si alzò e scivolò via nella penombra lasciando libero uno sgabello. Un ragazzetto non si lasciò scappare l’occasione e si appropriò dello sgabello montando in cima. Era lì da almeno tre quarti d’ora e non aveva distolto lo sguardo da Marino nemmeno per un secondo. Anche adesso lo guardava. Avrà avuto dieci anni meno di lui, che non lo aveva visto per niente. Anche il nuovo venuto era elegante: era vestito in modo simile a Marino e portava i capelli corti e pettinati all’indietro, con un accenno di doppio taglio. Marino, solo tra la gente, buttò giù l’ultimo sorso.
- Un altro per il mio amico, e per me quello che ha preso lui. - Finalmente il ragazzetto prese la parola, e lo fece con giovanile entusiasmo.
Marino girò appena la faccia e lo fissò dritto negli occhi, senza espressione. Quegli occhi intensi, in qualche modo socchiusi, sottrassero sicurezza al giovane, che distolse lo sguardo. Cercò di guardare di nuovo, senza successo. Un occhio gli lacrimò gentilmente da una parte. Tutto questo accadde nei circa due secondi in cui Marino lo guardò, per poi girarsi e rendersi conto che il suo scotch era di nuovo lì.
- Davvero amico, offro io! - tentò di riacciuffare la situazione il giovane.
- Grazie, non disturbarti. - fu tutto ciò che disse l’altro.
- Dai Marino, non fare così! È un piacere per me. Eugenio. - fece lui ostentando sicumera e porgendo al suo interlocutore una manina piccola e curata. Si sarebbe detta mai sottoposta al minimo stress.
Marino si girò e lo guardò di nuovo. - Sei un giornalista, vero?
Quello ritirò la mano e rinunciò alla presentazione, perfettamente inutile dato che conosceva il suo interlocutore.
- Beccato!
Marino sospirò. - Cosa vuoi?
- Niente! Solo offrirti un drink.
- Quale giornale ti paga tanto bene da permetterti di offrire whisky agli sconosciuti?
Eugenio ridacchiò: - Ma tu non sei uno sconosciuto! Sei Marino Pappalardo! - disse con enfasi.
- Papparapààà! - fece lui senza nessun entusiasmo, imitando il tono del giornalista.
- Su, dai, aiutami fratello… - Eugenio fece scivolare una mano sul braccio di Marino, il quale guardò quella manina talmente male da indurlo a rimuoverla subito. Quegli sguardi profondi ti passavano da parte a parte come proiettili.
- Accidenti! - disse Eugenio. - Dovresti scrivere con gli occhi invece che con la penna, dicono più delle tue parole!
- Le mie parole non dicono abbastanza? - Uno dei due le provava tutte per attaccare bottone, l’altro per troncare.
- Ma no, cosa dici? Sono un tuo grande ammiratore! A quando il prossimo libro?
- Non lo so.
- E senti, che è successo con quel movimento politico? - si lanciò Eugenio. La ragazza che lavorava al bancone fece uno sguardo preoccupato.
- Non lo so. Cazzo. Lasciami bere. - disse Marino che non beveva più, guardando lo specchio davanti a sé. Voleva scacciare quell’essere, farlo smettere, sconfiggerlo. Guardò dritto nei suoi stessi occhi stretti e in quel momento volle sconfiggere se stesso.
- E senti, che hai combinato con quella ragazza?
Marino prese una mezza minerale che era sul banco e la lanciò in direzione di Eugenio, colpendolo sulle gambe. Si udì il botto della plastica rigonfia sulla carne, lo scroscio dell’acqua sui costosi tessuti e la bottiglietta semivuota che rimbalzava per poi finire a terra. Qualcuno gridò e la cameriera si rese conto che lo sguardo di prima non era stato abbastanza preoccupato.
Eugenio era incredulo, aveva voglia di piangere. Marino gli si avventò addosso prendendolo di peso e trascinandolo giù dallo sgabello. - Torna quando avrai passato la pubertà! - gli gridò scaraventandolo fuori dal Casacuore e sbattendo la porta di legno. Quell’altro rimase lì fuori, sbigottito, col ciuffo tutto spettinato.

Marino tornò a sedersi, nessuno si scompose. Ordinò una mezza minerale identica alla prima che rimise nello stesso punto del bancone. Tutto tornò tranquillo. Pagò la minerale, sorseggiò il suo scotch, già pagato, e si diresse alla porta. Era sicuro che Eugenio se ne fosse già andato. Marino si addentrò nella notte della città.

continua


Inizi a canticchiare una canzone di Pino Daniele e subito qualcuno ti sostiene fischiettandola da dietro. Piove. Questa città è malata, come il mio paese, come il Mio Paese, come noi. Vogliono farci paura, noi ne abbiamo già, tutto senza alcun motivo. Chi deve aver paura non ne ha mai, sempre. Ti guardi intorno e pensi, wow, quando toccherà a me ce la farò? Poi tocca a te, e ce la fai. Da me si dice che "la fatìa t'accire e lu pensiero ti minozza." Ma non possiamo arrenderci, anche se mi sento a metà tra Beppe Fiorello in una fiction della Rai e un personaggio qualunque di un racconto di Gianfranco Marziano. Corro, osservo, a volte impreco, a volte no. A volte aspetto, che è la cosa peggiore per chi corre. Ciononostante continuo a correre, finché correndo morirò e dovunque cazzo andrò a finire ci sarò arrivato direttamente correndo chissà perché, e chissà se smetterò, almeno per buona creanza. Oggi via Duomo pareva Saint Denis quando fa acqua e neve. Se acchiappo quelli del Pci (Partito Contro Ilcaldo) li deporto in un gulag a Camporeale. Mi sento piccolo e stanco, di nuovo, ma alla fine me la sono cercata. Ci si aspetta sempre qualcosa di più, qualcosa di meno, mai qualcosa di giusto. Vado in giro e mi vengono le idee, buon segno. Le scrivo tutte in prosa (nonostante mi scappi qualche endecasillabo) piuttosto linearmente, senza cancellature. Ottimo segno. E siedo nel chiostro, e ora piove col sole.


28.04.2015

Nanni Moretti lo conosco poco e non lo seguo. Mi consigliarono Bianca, lo vidi e non mi piacque, poi vidi Habemus papam e mi piacque. Divide le folle in morettiani e anti-morettiani, e, come sempre (non solo, ma in particolare) in questo dannato Paese, la scelta di campo è anche politica. Io non me ne frego niente e vado a vedere Mia madre al Modernissimo perché chi mi conosce sa che ho il bisogno fisico di andare al cinema una volta a settimana e il mercoledì si paga 4 €. La locandina l’avevo vista in giro e ho sorriso pensando alle implicazioni freudiane del titolo. Il Modernissimo mi piace e fosse per me starei sempre là. I film italiani tristi e impegnati, con la sala occupata (almeno nelle mie zone) da quattro spettatori, due dei quali hanno conosciuto Garibaldi, non me li perdo. Ma quando esco, non penso che per fortuna sono andato al cinema, né che sono andato al Modernissimo, né ai vari Caimani, Berlusconi, girotondi, “non-parlo-di-cose-che-non-conosco” e abusatissimi “le-parole-sono-importanti”, praticamente tutto ciò che di Moretti si sa e si dice continuamente, di sicuro anche mentre scrivo. Penso: Madonna che film. Bellissimo. Mi è piaciuto un sacco.
Non me lo aspettavo, semplicemente. Mi spiego: lungi da me pensare che Moretti sia un incapace o un genio contemporaneo, già l’ho detto. Però tanti altri registi (e attori) li seguo di più, da anni non perdo un film di Virzì, Placido, Sorrentino, Garrone. Se Pupi Avati avesse fatto questo film (e non credo lo avrebbe fatto), avrei pensato semplicemente “Bello.”, cosa che ho fatto dopo il suo ultimo lavoro, Un ragazzo d’oro. Mia madre invece mi ha proprio conquistato dalla prima all’ultima battuta, e magari succedesse tutti i giorni. Dimentichiamo tutti i luoghi comuni su Moretti (“è pesante, politicizzato e non sa recitare”) e parliamo di questo film, immaginando di essere il Critico Influente di murgeriana memoria.
La spettacolare Margherita Buy interpreta una regista la cui madre sta morendo. L’irresistibile John Turturro è il (sedicente) divo americano sbarcato nel Bel Paese per lavorare con la cineasta, che si chiama proprio Margherita. Ada, la madre del titolo, è Giulia Lazzarini, che non conoscevo e di cui dirò più avanti. Completa il cast degli attori principali lo stesso Moretti che interpreta il saggio fratello della protagonista. Anzi no, c’è Francesco Brandi. Si vede che mi piace Pupi Avati? Comunque, molto si sta insistendo in queste ore sul fatto che il “narciso” Nanni abbia messo il suo nome dietro a quello degli altri tre attori.
Margherita è una donna matura, è separata, ha una catastrofica liaison e una figlia, Livia, che va male al liceo. È chiaramente l’alter ego brechtiano di Moretti: lavora come una matta per portare a termine il suo film impegnato e vive una crisi sobria, discreta, delicata, priva della carica aggressiva e delle asprezze verbali tipiche di Moretti. Mi è parso un personaggio remissivo che vive tormentando prima se stessa e poi gli altri (il segreto del successo); quando glielo fai notare non ti ascolta, poi un bel giorno, accusata dal compagno, si ferma e fa: “Hai ragione. Perché nessuno me l’ha mai detto?” Trascina il suo corpicino tra i set, le conferenze stampa, l’ospedale, le abitazioni, ammirata da tutti e sola, con quei grandi occhi sofferenti e quel triste sorriso a metà che ricorda i personaggi di Verdone. È ossessionata da incubi allucinanti che, insieme alla colonna sonora, contribuiscono a creare un’atmosfera tesa e surreale.
Turturro è la vena comica del film, comunque secondaria ma irrinunciabile. Più dedito alla ricerca della mitica dolce vita romana che a imparare le battute, si inventa film con Kubrick mai girati, non sa l’italiano, prende tutti per il culo e dopo una lite con Margherita sbotta e si sfoga sul set, salvo poi fare marcia indietro e finire il film. Spassosissime le parti con il suo puntiglioso interprete.
Detto questo, la Lazzarini è fantastica. Una anziana professoressa che affronta il decadimento fisico e la morte con l’incoscienza e la leggerezza di chi non sa, e meno male. I flashback ossessionano Margherita: si vede giovane ritornare a casa e accucciarsi sul letto accanto alla madre che dorme da sola; la rimprovera perché si ostina a guidare senza rinnovare la patente e senza fermarsi prima di andare a sbattere, finché per disperazione le sfascia la macchina di cui è tanto orgogliosa; la vede assorta: “Mamma… a cosa pensi?” “A domani.” La signora Ada cerca di andare in bagno. “Prendo la carrozzina” le dice Margherita. “No no, ce la faccio, aiutami solo un po’…” Ma non ce la fa. “Margherita, prendi la carrozzina. Non ci riesco.” A quel punto la Buy ha una crisi di nervi e cerca di trascinare la madre nell’ormai insormontabile impresa di muovere tre passi. Non sopporta l’idea che questo non sia più possibile. E forse adesso la lascerebbe guidare un’ultima volta.
Seguiamo Ada nelle sue ultime passeggiate all’aperto, purtroppo immaginate; nelle ostinate ripetizioni di latino, un occhio alla nipote e uno alla bombola di ossigeno. Il lavoro, il vitalismo, l’ambizione, il cinema, l’impegno non valgono più niente, la tragedia è intima e riguarda tutti. Perfino l’ingegner Giovanni (Nanni Moretti) si licenzia dall’azienda per cui lavora per star vicino alla madre. Margherita si illude, Giovanni la riporta alla realtà. Il film impegnato viene pure male, le mazzate della polizia ai manifestanti sono farlocche. La Buy si sgola: “Cerca di darmi, accanto al personaggio, anche l’attore, cioè te stesso.”, ma anche Turturro: “Take me back to reality!” L’illusione si spezza: il set è finto e non c’entra niente con la vita vera. In una delle tante allucinazioni, Margherita cammina e percorre a ritroso la coda all’ingresso di un multisala. Probabilmente danno un suo film, probabilmente quello a cui sta lavorando, con la fabbrica che chiude, gli operai, i padroni e tutto il resto. Sente le loro voci: “Dicono che questo film sia molto bello.” C’è Ada. Si salutano. Una coppia discute di cinema. Margherita si sveglia e non sa come affrontare le giornate di ciack e tracheotomie. Perfino i promoter dell’energia elettrica la evitano. Ma d’altronde, cos’è vero e cosa fasullo?
La Lazzarini ci restituisce un’interpretazione sincera, intensa, è il caso di dire toccante. La vecchietta che ancora ce la mette tutta, parla del più e del meno, si scorda le cose, si annoia davanti agli amici che rivangano continuamente il passato e va verso la fine mi ha commosso. “No no, la prossima volta porta il mio vocabolario,” dice la nonna dal cuore grande e debole. “e ricorda: l’importante è non tradurre i verbi con la prima parola che trovi.” I genitori comprano a Livia l’agognato motorino e le insegnano anche a pilotarlo: ci piace pensare che sia stata promossa. La mens non si arrende ai limiti del corpus: “E adesso, dove andrà a finire Tacito? Tutti quei libri, tutto quello studio, tutto quel tempo…?” Alla fine, il padre stringe Livia nell’alba fosca e Margherita accarezza i freddi volumi sulla scrivania. Per fortuna il tragico si trascina sempre dietro una goffa ombra e Turturro, coi suoi baffi finti che lo fanno assomigliare a Beppe Fiorello in una fiction Rai qualunque, balla con una cicciona in mezzo alla troupe per festeggiare il suo compleanno italiano.
“Dicono che questo film sia molto bello.” Sì, lo è. Perché il Critico Influente altri non è che un utente che non trova mai il tempo per scrivere e che da oggi in poi seguirà Nanni Moretti.

Conigli per gli acquisti:
-Nanni Moretti, vedi: Habemus papam
-Margherita Buy, vedi: Maledetto il giorno che t’ho incontrato
-John Turturro, vedi: Passione
-Francesco Brandi, vedi: Un matrimonio


antonio oliva 2015, scritto a napoli il 23 aprile nella stessa stanza di ad maiorana, in un paio d’ore comprendenti caffè e assistenza nella preparazione della cena

su di me

La mia foto
Ariano Irpino, Avellino, Italy
Antonio Oliva è nato nel 1985 ad Ariano Irpino (AV). Ha partecipato a numerosi progetti teatrali e musicali. Nel 2009 si laurea in Lettere Moderne e nel 2012 in Filologia Moderna presso l’Università Federico II di Napoli. Dopo diverse esperienze nel 2015 si abilita all'insegnamento presso lo stesso Ateneo. Ha lavorato a Roma e Bergamo e vive itinerando.
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