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My dog he got 3 legs
your dog he got none
tanto ancora passerà tra i rami il vento
almeno è stata l'unica scintilla
la finestra sul mulino più non brilla
nessuna spalla se il mare è profondo
io organizzo viaggi intorno al mondo
senza biglietto, gita rovinata
una sola via d'uscita, quella sbagliata
e non so piatto Brema
se tremi solo tu o la terra trema
non si vive col lucchetto
il letto grande e l'invidia verde
per andare avanti non basta un tetto
non esistono cazzate, solo scoperte
stop stop inquisizione
non è facile coprire un fallimento col finto blasone
il sentiero ormai è diviso e per quanto fa centro
ho tutto quello che mi serve e questo è uno scherzo
e non so piatto Brema
se tremi solo tu o la terra trema.
That was your first mistake
you took your lucky break and broke it in two
now what can be done for you?
You broke it in two
Bimba Marlene
Balla nei cieli nei prati di Cene
Arresto che parla
Figlia che scappa
Volare insieme fino a Marsiglia
Sulla pista elettrica
Ti vedo e non ti vedo
Triste nel baccano
Un po’ rotta
Sei lontana
Lontana ormai
Un’altra notte
Faccia nuova
Nuota in te
E so che mi stai guardando
So perché mi stai guardando
Non so quello che farò
Ciò che non succederà
Devo scendere
Corto circuito sorride
Dovrei ma non cambio
Randagio
Puniscimi ancora
Adagio con fio.
Benvenuti a teatro.
Dove tutto è finto ma niente è falso.
(Gigi
Proietti)
Una delle scene più
banali all’stante viene investita di tanto significato! Tutte quelle banalità
ad un tratto si trasformano in perle…
(Dal film “Tutto può
cambiare” di John Carney)
Il teatro procura gioia
a tutti, tranne a chi lo fa.
(Dal film “Il viaggio
di Capitan Fracassa” di Ettore Scola)
- Puoi pure smettere di
pensarci, non risolverà niente.
- Io non sto pensando a
niente, mi ci state facendo pensare voi.
Marino sedeva sul
divano in collo alto nero come pantalone e stivaletto, una gamba appoggiata
sull’altra, una mano a reggere la testa, nell’altra una sigaretta.
- Non dire cazzate.
- Non è umanamente
possibile che non ci pensi. Cazzo, ci sto pensando io.
- Se pensi quello che
penso io, a cosa pensi?
- Io ho capito che sei
Pappalardo il poeta di fuoco e di ghiaccio, ma non stai parlando con un
giornalista cretino o una ragazza di Delhi, noi siamo come te.
Ennio si sistemò la
casacca colorata e si sedette.
- Hai tutte le ragioni
e fossi in te non so a quale guaio starei pensando.
- Io lo so. Pensa a
lei.
Maury fumava e
tossicchiava in direzione di Marino che guardava sempre fisso davanti a sé col
solito sguardo impenetrabile.
- E non deve. Perché so
cosa gli manca.
- E dillo anche a me
cosa mi manca. Sa tutto lui il Carl Palmer del cazzo.
- Niente ti manca, ma
senti la nostalgia dell’abitudine.
- A me piaceva
l’abitudine.
- E ci credo, anche
quella era folle.
- Chi, Eleonora?
- No, l’abitudine,
Eleonora di folle non ha mai avuto niente ed è per questo che è finita.
- Stronzate. Lo
sappiamo perché è finita. Perché tu, tu… tu!
- Mi sembri don Rodrigo
che fa la checca isterica col Griso, peste bubbonica inclusa. Mauri’ calmati,
sei tutto rosso e perdi il filo del discorso, di solito è un brutto segno.
- Tu sei un fallito! Ma
guardati. Non fai più un cazzo e vieni a dire a noi come si sta al mondo.
L’amore per gli ultimi, cause perse a palate, la passione politica del piffero…
hai visto dove ti ha portato tutto questo?
- Dovevo lasciarvi a
marcire in quella fogna!
- Buoni, buoni, perdio!
Non ha tutti i torti! Puoi trovarti un’altra Yoko e farla finita. L’astro nascente
della letteratura ormai è una stellina spenta e infreddolita, vittima di se
stesso.
- Sì, fai come lui che
ogni sera ne porta qui una diversa, quando non rientra addirittura abbracciato
a un segnale stradale come l’altra volta.
- Non farebbe male a
tutti e due, e il segnale sta bene in stanza. Marino, fratello mio, non pensare
solo alla coppia che infiammava l’Agglomerato, ricordati anche dei momenti bui,
del male.
- Me lo ricordo. Lo
vedo ogni giorno allo specchio.
- Bravo, continua a
restare lì impassibile a combattere uno specchio o la mala, peggio ancora, così
sarai tu il prossimo. Non capisci che quell’idiota dell’amico tuo…
- Mio?
- …anche mio sì, ma tu
Mari’, sempre il solito esagerato, sei capace di vedere il Moulin Rouge al
Casacuore e in un resto umano un Toulouse-Lautrec! Semplicemente se l’è
cercata, lo sapevamo tutti che finiva così, che se vai a rompere le palle ai
traffici di quelli là la fine che fai è esattamente questa, perché quello
tirava qua sotto tutte le guardie…
- E tu poi dove ti
rifornivi?
Silenzio.
- Preoccupati piuttosto
di quel mentecatto che si è trovato la tua bella. L’hai mandato all’ospedale.
- No, nemmeno di quello
devi preoccuparti. È così ricco e cacasotto che non farà niente. Stupido.
- Io ho suonato il
campanello per ben tre volte e lui non si è spostato.
- Sì, ciao…
- Questo è andato…
- Lo dico per te,
Marino. Un tempo te la facevi con l’élite dei salotti e con il ghetto, ma mi
pare che da un po’ di tempo a questa parte con l’élite abbiate bisticciato e
che ti rimane solo la voglia di invischiarti con ogni sorta di caso umano.
- Io posso fare tutto
con tutti, c’è sempre qualcosa che qualcuno non può fare con me.
- Stai esagerando.
- Sono un dannato
poeta. Da dove pensi che attinga l’astro nascente, dal maledetto Elicona o da
questo?
- Ma sentilo!, chi ti
credi di essere, Gianni Costa? Eccolo il tuo poeta! Guarda qua: “Le folli notti
di Pappalardo”. Leggi, c’è tutto: la carriera, gli amori, l’indistruttibile
lucidità mentale. Come al solito. Ma c’è scritto anche che hai aggredito un
giornalista, e pure questa sta diventando una costante.
- Beviamoci su.
- Sono d’accordo.
- Gli altri due dove
sono?
- Soliti posti.
- Uno a un provino,
l’altro a citare “L’insostenibile leggerezza dell’essere” coi compagni.
- Ragazzi… è da tempo
che voglio farvi una domanda… ma, effettivamente, di noi cinque, qua dentro,
chi è che ci abita e chi no?
continua...
continua...
Tossicittà
Sono molto solo per
tutta la giornata, leggo un poco, ma se lo faccio a lungo mi viene mal di testa.
Dipingo per quanto posso farlo senza stancarmi e quando comincia a far buio mi
chiedo se Jeanne d’Armagnac [1]
verrà al mio letto! Qualche volta compare e vuole giocare con me, e io
l’ascolto quando parla, senza però riuscire a guardarla. È così alta e bella!
Ed io non sono né alto, né bello.
(Henri de Toulouse-Lautrec)
Ah,
but I was so much older then Ah,
ma ero molto più vecchio allora,
I’m
younger than that now sono
più giovane adesso
(Bob Dylan)
Tu che sei forte alla
morte sopravvivimi, io sono debole quindi l'anima minami.
(Caparezza)
- Era proprio bella.
Si muoveva, ma si
sentiva fermo, bloccato. Dopotutto, se per lui non contava più il tempo, e si
sentiva in grado di sfidarne le leggi, la stessa cosa valeva pure per lo
spazio. O forse era in balia di quelle leggi che non controllava più, che
facevano di lui quello che volevano e gli sfuggivano.
Marino era in metro e
fuori di sé, cercava di tornare a casa ma non ci riusciva. Qualcuno lo aspettava,
più di uno non sapeva che fine avesse fatto. La camicia bianca era sporca e quasi
del tutto aperta, una scarpa aveva un laccio sciolto, era sudato e i capelli
avevano l’aria di aver bisogno di essere lavati. Sedeva di sbieco, un piede
appoggiato sul seggiolino, un gomito sul ginocchio sollevato e la mano sul
mento. La metro era dentro Marino.
Non riusciva a non
pensare a ciò che era successo all’alba, quando aveva cominciato a cercare di
rincasare. Non riusciva a non pensare a lui, all’ultima volta che lo aveva
visto.
- Era proprio bella.
Marino era stato a
Delhi, era tornato in Centro. Era stato allo Shelter a bere e giocare qualche
partita con lo Scacchista e compagni. Per loro il gioco era una ragione di
vita, ma non erano ludopatici, non c’erano soldi in palio, ma solo la gloria.
Una nevrosi tirava l’altra, ma lui sapeva che l’unica che era anche la cura di
se stessa, la scrittura, che in effetti era pure quello che faceva per campare,
era ormai come perduta.
Una giovane donna passò
con il suo bambino, il faccino simpatico, sorridente, avrà avuto tre anni o giù
di lì. La donna guardò Marino, le fessure oculari di Marino incrociarono quello
sguardo, poi si spostarono sull’angioletto biondo che zampettava come un
pulcino dietro mamma oca. Il piccolo lo guardò e gli sorrise e Marino volle
essere lui, anche più piccolo, scomparire, andare a casa. Ma non ci andava, i
due scesero, lui rimase immobile.
Fredo era noto in tutto
il Centro. La leggenda voleva fosse arrivato in città non ancora ventenne per
studiare, attività che, semmai intrapresa, cedette presto il posto ad altre
cose più in voga nell’Agglomerato: feste, nottate, compagnie casuali, vizi,
noia. Fredo aveva cominciato a farsi nessuno ricordava più quando, neanche lui,
e si era fatto di tutto, fino alle sostanze di più recente immissione nel
mercato locale, che erano anche le più nocive, quelle che lo avevano minato nel
fisico e gli avevano definitivamente annebbiato il cervello.
Si diceva fosse stato
un bel ragazzo, quello che fino a quel giorno appariva come un malandato ometto
senza età (Marino sapeva da fonti attendibili che doveva aver passato i 45 e
gli sembrava plausibile), curvo, rugoso, denti e capelli pochi e sparsi, ormai
sempre sporco e malvestito. Ma a modo suo gli piaceva, erano amici, due cose
che Marino pensava di pochissimi nonostante conoscesse pressappoco tutti.
Fredo però da un po’ di
tempo era arrivato alla frutta, vistosi perduto e privo di risorse per soddisfare
l’unico bisogno residuo aveva cominciato a fare l’unica cosa che le leggi del
Centro Antico proibivano: arrangiarsi con scippi e piccoli furtarelli. C’era
chi lo temeva, altri, i più, lo lasciavano fare, non se ne curavano più di
tanto, queste cose si mettono a posto da sole. Marino non si era intromesso
perché è bene farsi i fatti propri, sapeva e teneva tutto parcheggiato in un
angolino del suo cervello, affianco a tutto il resto. La sua preoccupazione
rimaneva in stato di latenza, perché tutti sanno quanto sia difficile
affrontare argomenti di simile rilevanza con un tossico, e infatti i loro fuggevoli
e sempre più rari colloqui vertevano su fatti occasionali e di poco conto. Ora
Marino era pentito, avrebbe voluto fare di più, o preoccuparsi di più, o al
limite non essere mai nato, non sapeva quale ipotesi fosse la più allettante.
Quella mattina,
all’alba, si era imbattuto in Fredo. Il poveretto stava appoggiato a un
lampione, curvo come al solito, aveva corso, o almeno ci aveva provato. Marino
lo aveva guardato: perdeva sangue da una ferita al volto. Si era avvicinato, aveva
cercato di toccarlo, ma Fredo si era ritratto, come se fosse ormai contagioso e
non gli andasse di contaminare con il suo virus le poche persone che gli andavano
a genio e che evidentemente considerava ancora sane.
- Oh Fredo… ma che hai
fatto? Guarda qua, sanguini.
“Cosa vuoi che abbia
fatto. Solite cose alla Fredo. Vedrai che non è niente.”
- Non è niente,
tranquillo. - Fredo aveva alzato la testa, il suo ghigno malinconico era
spaccato a metà dalla luce gialla che metteva sonnolenza anche a chi non ne
aveva.
“Ecco, vedi? Ti
preoccupi per nulla. Se la sa vedere. Se la devono saper vedere tutti.”
Un nuovo giorno stava
per cominciare e le tenebre cominciavano a diradarsi. L’azzurro umido dell’alba
stava anche quella volta per sconfiggere il giallo scuro e pesante
dell’illuminazione pubblica.
- Sei sicuro? - disse
Marino violentandosi nel profondo per dirlo.
“Lascialo in pace. È
grande, è adulto, è Fredo e andrà tutto bene.”
- Sì. - fece quello
ansimando. - Ma… tu che fai?
- Torno a casa, sai, o
almeno ci provo. - disse Marino. Poi, non sapeva perché e se ne pentì subito,
ma si sentì in dovere di dire una bugia: - Stamattina devo scrivere.
Il sorriso di Fredo si
allargò e la sua faccia parve quasi una maschera infernale.
- Bravo. Bravo! Sono
felice. - biascicò.
Marino riuscì a
mettergli una mano sulla spalla.
- Sai quanto vorrei
vederti felice amico? - riuscì a dire.
- Ma sì, sì, è tutto a
posto, sto risolvendo tutto. Bravo scrittore! Qui c’è bisogno di te, ancora tanto
bisogno, io invece posso anche andare a farmi fottere!
Marino tacque,
impotente, continuando semplicemente a fissarlo.
- Sai quanto vorrei
essere come te, se sapessi scrivere!
Marino fu scosso da un
moto di tenerezza pura e triste.
- Ti accompagno a casa?
- No no, vai, sto qui,
sto bene.
Si udì un rumore
improvviso, come un fruscio nel vicolo scuro. Entrambi si girarono, poi lasciarono
perdere. Erano stanchi e quella era una tipica conversazione dell’alba del
giorno dopo, anche se il tono era decisamente più accorato del solito, come se
si trattasse di un momento più importante.
- Sai, mi sarebbe
sempre piaciuto saper parlare alle donne, dire loro tante cose belle, scrivere
poesie. Sai, qualche donna l’ho avuta Marì, però io non sono bravo con le
parole!
- Le parole sono belle
cazzate messe lì in superficie e ci puoi giocare come vuoi, contano i fatti.
- Sì però… - Fredo
tossì, sputò. - …però io sono timido, ecco.
- Anch’io. Mio Dio, ma
che ci facciamo qui sotto a questo coso, andiamo via. - disse Marino, mentre
pensava che Fredo gli stava confidando quanto lo turbava, cioè l’essere timido,
e in ciò si riassumevano secondo lui i suoi problemi, e non poteva fare a meno
di rendersi conto che pensava questo quasi con amore.
- Ehi, senti… lo sai
che mi ricordo ancora la prima donna di cui mi sono innamorato? E non era una
donna ancora, perché avevamo sei anni, andavamo a scuola e il primo giorno di
scuola, che era anche il primo giorno che l’ho vista, mi sono innamorato…
- Davvero? - disse
Marino, e i suoi occhi e la sua voce mostravano un certo interesse. - Se ti faccio
finire la storia dopo andiamo? Ma ce l’hai una casa? Sei sempre qui in giro…
La voce gli tremava,
perché?
- Sì… si chiamava
Angela… aveva capelli castani, occhi marroni e un sorriso grande.
Marino la vide, se la
immaginò proprio coi codini e il grembiulino bianco, e immaginò Fredo. Non
seppe dire nulla.
- Chissà ora dov’è… era
proprio bella.
Fu un attimo: la moto,
lo schianto, il cranio di Fredo spaccato a metà. Gli occhi di Marino si allargarono.
- Era proprio bella…
Fredo non c’era più, e
Marino non smetteva di pensare a quella scena, al sangue, al fatto che lui se
n’era andato perché in fondo era tutto normale: si sa chi comanda in Centro
Antico, e se sgarri, drogato o no, non sarà oggi, magari neanche domani, ma
stai certo che dopodomani ti ritroverai con una pallottola in testa oppure si
perderanno completamente le tue povere tracce, e non era questo il primo caso.
Ma stavolta non si era neanche voluto sprecare la pallottola, per quel resto
umano era bastato un colpo assestato ad arte ed era morto lì come un cane sulla
strada.
- Vuoi fare una cosa
per me wagliò? Vattene.
Una volta Fredo gli
disse così.
Non era il più
regolare, né il più strano, né il più malmesso che conosceva. Ora per le strade
di Zona Centro c’era un fastidio di meno, l’insetto schifoso era stato
schiacciato. Cosa avrebbe fatto della sua vita se le cose avessero preso una
piega leggermente diversa? Avrebbe studiato, avrebbe avuto le donne che ormai
non sognava neanche più e detto loro frasi appassionate, avrebbe vinto la sua
timidezza, si sarebbe sposato con Angela, sarebbe diventato un avvocato e
sarebbe andato in America, invece aveva scelto di essere un tossico
dell’Agglomerato che ruba in Centro per le dosi di past.
Marino sapeva chi era
stato. Sapeva chi era il mandante. Troppo facile. Sapeva anche chi, sapendo,
avrebbe tenuto la bocca chiusa, prendendosela col solo esecutore. Un po’ più
contorto. Sapeva tutto. Sapeva, specialmente, che doveva fare un giro in bici.
O forse l’aveva già fatto.
- Era proprio bella.
Chic
shock. Scene da un nuovo sogno è un romanzo di deformazione.
Cosa scriverebbe Henri Murger se fosse qui oggi? Ha ancora senso parlare di
Bohème?
Il protagonista è lo scrittore
Marino. Dopo aver conosciuto un certo successo, egli rimane vittima di se
stesso e delle proprie ossessioni. Impegnato a “passare attraverso ogni
esperienza senza soccombere, non importa quanto potesse risentirne”, Marino
perde Eleonora, che si trova un uomo normale, allontana luoghi, tempi e persone
per poi riavvicinarli bruscamente e, quel che è peggio, perde l’ispirazione.
Non c’è più niente da inventare, la sua opera è troppo meno interessante della
sua vita, l’unica cosa di lui che ancora fa scalpore nelle folli notti
dell’Agglomerato, il perverso scenario post-urbano dove si muovono i personaggi
della nuova Bohème e si intrecciano tutti i cammini e le storie.
La linea labile che separa
l’arte dalla vita: un soggetto seducente e inquietante. In bilico sulla linea
sta Marino insieme alla sua avanguardia, ai compagni d’avventure di sempre, che
si cercano per poi fuggire di nuovo. Il musicista Ennio, ormai molto vicino a
Marino ma ancora saldamente ancorato a una visione delle cose tutto sommato
lucida, Lex, moderno filosofo spento dall’Accademia, l’attore Andrea, forse il
più bohémien di tutti, e Maury, l’artista moderno, un grafico che non sposta
mai il culo dalla sedia, gli occhi dallo schermo e la bocca dal cannone,
completano il quintetto.
Una fotografa, una macchina
d’altri tempi, un viaggio nella provincia sperduta e tutto ricomincia a scorrere.
Sullo sfondo, quartieri, distretti, amori, un’umanità multietnica e disperata,
un potere corrotto, una politica sporca, una megalopoli violenta e inquinata
nello spirito che potrebbe essere Napoli, ma non lo è, o non ancora. Niente di
nuovo sotto il sole, solo il sole che non esce più.
La cultura? Appannaggio di piccoli
uomini, salvo rare eccezioni. Tutti recitano la loro parte più o meno bene.
Marino continua a scrivere, e ciò che scrive si incastra nel romanzo. Alla
fine…
In appendice, il racconto L’ambizione (Déjà vu). Un giovane
scrittore scompare misteriosamente. La sua ragazza torna nel paesello e si
rassegna. Nell’arte ha più valore il contenuto o la firma?
antonio oliva dicembre 2016
Dipingo, descrivo
Ma può non piacere
Pungi ma attenta
Puoi romperti le spine
Hai sbagliato a fidarti
Non ti sei fidata mai
Neanche mi piace ricordarlo
Ma sei stato tu che hai frenato troppo presto
Perché ti hanno detto che non era cosa
Quel pallone gonfiato ti disse non sei bravo
Vuoi che parli chiaro amico?, ok
Ti hanno convinto e ora hanno ragione
Ma forse un giorno potrò dirti tutto
Del fiore nato tra le cosce di Goa
Mi racconterai di quando ti aiutavo coi francesismi
E io del tuo amore impossibile
E per questo amore
Amore lo chiameremo
Dopo averti salvata e rapita
Polvere di sole nel fiume
Salvata anche da me
Scappare sulla Harley
Tra alberi d’incenso
Scappare per sempre
Ma riportami indietro
A quando cucinavi domenica
Dormivi
Signora
Sono stanco
Non ce la faccio
A una macchina che passa da lì da anni
Bella ciao
Di quando mi insegnavi a dire
Scriverò.
cene novembre 2016
su di me
- Antonio
- Ariano Irpino, Avellino, Italy
- Antonio Oliva è nato nel 1985 ad Ariano Irpino (AV). Ha partecipato a numerosi progetti teatrali e musicali. Nel 2009 si laurea in Lettere Moderne e nel 2012 in Filologia Moderna presso l’Università Federico II di Napoli. Dopo diverse esperienze nel 2015 si abilita all'insegnamento presso lo stesso Ateneo. Ha lavorato a Roma e Bergamo e vive itinerando.
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