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Toni guardava fuori dalla finestra, ma non vedeva niente: il suo sguardo era perso nel vuoto. Il rumore del traffico, il rombo di una moto che di tanto in tanto percorreva il paese da parte a parte giù sulla statale, lo schioppettare ritmico e regolare, simile al trotto di un cavallo, delle auto che rimbalzavano sui dossi rallentatori nelle vicinanze. Di cavalli neanche l’ombra, non si vedevano più in giro neppure asinelli, ce n’era solo uno, di proprietà di un certo vecchietto che di quando in quando ancora faceva la sua comparsa la domenica mattina in piazza, davanti alla chiesa. Non c’erano i cavalli che trainavano le carrozzelle turistiche, non c’erano neanche quelli delle corse clandestine. L’Agglomerato era lontano, lontano quasi come il paese che Toni ricordava da bambino. Per un istante si ricordò di quel bambino, vide la sua faccia e si spaventò, ma era troppo stanco per non ricadere subito dopo in quel limbo psicofisico che chiamano stress.
Aspirò una lunga boccata dalla sua sigaretta, distrattamente. Non era semplice concentrarsi, non era semplice far nulla in quel posto dove non si aveva nulla da fare e mai il tempo per far nulla. Cosa facessero i paesani tutto il giorno era un mistero per Toni. Finalmente riuscì a concentrare lo sguardo su qualcosa: l’orizzonte, segnato da tante lucine rosse intermittenti. Pale eoliche e pannelli solari dovunque. Energia pulita, pensò, ed economica. Ma prima qui era tutto buio, vedevi solo lucine lontane, bianche, gialle, verdi, e credevi fossero tutte case di gente che ti vede come una lucina gialla. Non rimaneva che il filtro. Toni spense la Marlboro al mentolo nel portacenere ricavato dal guscio di una noce di cocco (in cui un tempo risiedeva un gelato al cocco).
Aveva scritto soltanto poche parole, poche quasi come le ore passate seduto lì. L’elegante seggiolone in legno col cuscino verde era diventata una sua appendice e lo controllava, impedendogli di alzarsi quasi gli pesasse. Doveva andare in bagno ma non se ne curava. Continuava a scarabocchiare disegnini inutili, o a fissare il pc, inerte, selezionando cose a caso sullo schermo, un’occupazione del tutto pleonastica, tuttavia priva di qualunque impegno.
Squillò il cellulare. Toni lo prese, lesse il numero e abbozzò un mezzo sorriso. Tuttavia non sorrise, né rispose, né ebbe altre reazioni, lasciando che il cellulare facesse da sé e smettesse di suonare. Lo ripose nel porta-telefono a forma di pallone bianco e azzurro e si mise a scrivere una parola, poi un’altra e un’altra ancora, tutt’a un tratto pareva ispirato.
Trascorsi dieci minuti aveva scritto qualche pagina, quando qualcuno citofonò. Si bloccò e rimase immobile, ma non teso, solo fermo e in silenzio. Sembrava di nuovo scoraggiato come prima. Nuova citofonata.
- Avanti, è aperto.
La porta si aprì e ciò che ne entrò non venne accolto da Toni in modo festante. Il professor Scarlatti si tolse l’impermeabile e lo mise sull’attaccapanni. I due non si guardavano e non aprivano bocca, quindi Scarlatti si sedette di fronte a Toni ed esordì:
- Come andiamo?
- Non andiamo.
- In che senso? - chiese meccanicamente il professore.
- Nel senso che oggi ho scritto solo un poco.
- E va beh, meglio di niente… - sorrise Scarlatti alzando in aria la mano destra come a dire “che te ne frega”. Si sistemò gli occhiali. - Hai sentito dell’incidente?
Toni sgranò leggermente gli occhi. - C’entri qualcosa?
- Per chi mi hai preso?
- Per Dante Scarlatti.
- Ah, allora siamo a posto. - rispose l’altro, calmo. Ci fu un nuovo momento di silenzio correttamente interpretato da Scarlatti come un’attesa. - Copiami tutto. - disse gettando sul tavolo un driver usb. Toni eseguì senza fiatare. - Poi vado, - aggiunse il professore accendendosi una sigaretta. - sono in piedi dalle 6 e ho un appuntamento.
Toni non chiese con chi era l’appuntamento, gli scappò solo un piccolo cenno, come a dire “prego, fuma pure nel mio piccolo studio in affitto dove veramente non dovrei fumare neanche io!”. Ridiede l’usb a Scarlatti che se lo mise in tasca.
- Ora vado. Buon lavoro al mio artista. - disse Scarlatti stringendo il polso di Toni. Quella mano minuta assomigliava a una manetta. Toni fece un gesto distratto di saluto. Scarlatti riprese l’impermeabile, lo indossò e uscì in strada con passo spedito e leggermente baldanzoso, cosa che non sfuggì a Toni, il quale rimase dietro il suo scrittoio, a fissare un virtuale foglio bianco, solo. Il sangue gli ribollì nelle vene e gli venne voglia di imprecare e bestemmiare, al limite rompere qualcosa, non dico sfasciare tutto, per carità, ma almeno spaccare un vaso, una cosa così. Invece gli uscì solamente un insulto a mezza bocca. Era: - Dannazione.

Il sole tramontava davanti a Toni in direzione del mare oscurato dai monti violastri. Le nuvole producevano sbuffi grigiastri sopra di essi, e più su ancora esplodevano in funghi atomici rosacei. Davanti a lui si estendeva campagna a perdita d’occhio, solo alcuni elementi gli ricordavano il secolo in cui si trovava: la grande soprelevata, la grande fabbrica e le centrali eoliche. Diede un’occhiata al cellulare, una boccata alla Marlboro Blend 29 e un pensiero a lei, e allora si ricordò di non essere più bambino.
I paesini circostanti si abbarbicavano su montagne e colline, vi erano arroccati o vi formavano graziose corone. Una calda e leggera brezza estiva lo investì e l’ultimo sole lo abbagliò, ma neanche tanto. Toni lo guardò svanire piano piano dietro l’orizzonte frastagliato come non faceva da tempo. Un brivido lo investì, un brivido subitaneo. Incredibile. Lui era uno scrittore, eppure quella era una situazione così insolita per lui. Insolita come la lacrima che gli fece brillare un occhio.
- Carissimo!
Il brivido era sparito e Rodolfo era arrivato. Rodolfo gestiva il Senzatempo, il locale alle spalle di Toni. Il sole non c’era più, il mare non si vedeva e lui non se lo ricordava quasi più. C’erano i monti, la campagna, le luci, il burrone, la ringhiera, poi c’era Toni alle cui spalle c’era Rodolfo e c’era il Senzatempo, c’erano il paese e la vita di Toni, ma Toni era così in alto che poteva vedere per chilometri, e per poco da dietro le sottili lenti transition non vide la sua vecchia vita.
Toni non sapeva se e cosa dire, e per uno scrittore questo è veramente imbarazzante.
- Uè caro.
Meglio di niente, almeno non passò per pazzo.
- Ti senti bene? - chiese Rodolfo. - Sei paonazzo.
- Tutto bene, tutto bene. - rispose Toni aggiustandosi gli occhiali. - Allora?
- Allora che? Tutto a posto, la data è confermata, i musicisti pure, ci sarà un bordello di gente, come sempre del resto: è agosto e tornano tutti qui.
- Tutti quelli che non ci vengono mai.
- Non essere così duro, Toni: ci sono anche Natale e Pasqua.
Toni ridacchiò.
- Dai artista, ti ho fatto ridere! - sghignazzò Rodolfo. - Sul serio, c’è qualcosa che non va? Come ti senti? Dimmi la verità.
- Devo dirtelo, mi sento abbastanza bene, davvero. Può anche darsi che sia il caldo, o che abbia bevuto più del solito, o dormito di meno, onestamente non lo so. Ma me lo godrò tutto. - disse Toni. Rodolfo lo amava, o lo sfruttava, o lo odiava, non ne era sicuro.
- Ti conosco da troppi anni. - disse Rodolfo.
- Da troppi per pensare che te ne approfitti. - fece Toni.
Una nuvola passeggera fece cadere sui due amici poche gocce di pioggia di discrete dimensioni.
- Merda! - gridò Rodolfo. - E se piove? Dai, no, non me lo può fare, mannaggia quel porco!
Non si è mai capito di quale porco si tratti, perché i più timorati sostengono sempre di riferirsi al brutto tempo, i più trasgressivi ad altro.
- Non lo sai che qua il clima è diventato quasi equatoriale? - disse Toni accendendosi una sigaretta distrattamente con due mani, riparando la fiamma dalla brezza. - Colpa dell’inquinamento forse, o del riscaldamento globale. Della discarica. Che ne so.
- Scrivici qualcosa. - propose Rodolfo.
- No. Meglio di no.
- Ho capito. Come la vede un artista della tua esperienza? - cambiò argomento Rodolfo, anch’egli provvisto di notevole esperienza. Il locale già cominciava a riempirsi di gente in cerca di un sostanzioso aperitivo. Rodolfo indicò un gruppetto che scendeva le scalette: si dirigevano verso la loro postazione e parevano già alticci. - Sarà un pubblico difficile?
- Non esiste un pubblico facile Rudy, è già tanto se esiste un pubblico.
- Sei un grande, Toni. - disse Rodolfo. Era quasi buio.
- Lo sei anche tu. Non è facile nemmeno quello che fai qui.
Rodolfo gli mise una mano sulla spalla: - A presto.
Non parlarono di soldi.

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L'estate finisce troppo presto,
cammino sempre su un tappeto
ma le nuvole sono foglie
mangiate dal marrone
ora che la neve della nostalgia
scende sulla primavera della vita
che passa col suo piccolo bagaglio,

un rapporto che non ho mai avuto,
mai cercato.

Quando l'albero si spoglia,
l'estate non c'è più.

31/08/2012

il 13 settembre 2013 una ragazza indiana di 17 anni venne barbaramente trucidata dai familiari per il suo sogno d’amore proibito

Buongiorno, albeggia
e il mattino settembrino non scopre più il pudico sari
premuto su forme appena accennate dalla penna di Krishna,
la notte non porterà mai più via con sé i sogni che facevi per volare in alto,
perché l’unico modo per fuggire è restare qui per sempre,
dove non c’è posto per crescere e lavorare,
dove passi la giornata accanto al tuo amore lontano mille miglia,
lì da dove ci insegnavi il potere della parola casta,
dove non basta trovare il tempo giusto per far battere un cuore,
e il nostro disgusto sparirà con la notizia di domani
e nessuno ricorderà che con Gomathi si è sciolta la nostra civiltà.

Stai correndo, è buio,
corri sempre e non sai dove vai,
potresti essere quello che guida,
potresti essere quello sull’asfalto,
seguimi se ti piace, ma potrei essere il mio clone,
il professore è tornato quindi rientra in Occidente
e credo di avervi annoiato.

Non aggiunsero altri anni ai tuoi 17,
non ti raggiunse l’acido le viscere che la corda fu già tesa,
ogni colpo che vola cade giù una parola,
selvaggiamente bastoni negano identità,
grida la casa di Seevalaperi, giù a sud,
mentre brulica il Tamil Nadu,
vorrei che le grida fossero servite,
ne avresti gridate di più,
con l’inganno hanno fermato la tua corsa
per poi negare e confessare ciò che non riconoscono,
la figlia del contadino è viva.

Stai correndo, è buio,
corri sempre e non sai dove vai,
potresti essere quello che guida,
potresti essere quello sull’asfalto,
seguimi se ti piace, ma potrei essere il mio clone,
il professore è tornato quindi rientra in Occidente
e credo di avervi annoiato.

Buongiorno, albeggia
di nuovo a Seevalaperi
e c’è sempre tanto da fare nel Tamil Nadu,
forse si poteva fare di più, cari Ministri delle Priorità,
forse si poteva fare di meno,
millenni di danze favolose dentro al fiume
avvolti nella vergogna come pesci,
il suicidio non convince, nel villaggio non te lo puoi permettere,
l’avevi promesso al tuo dalit laggiù a Tuticorin tra le onde e le ciminiere,
griderà sempre Murugan e tutto il mondo
il nome di Gomathi, l’angelo straniero in casa propria.

Stai correndo, è buio,
corri sempre e non sai dove vai,
potresti essere quello che guida,
potresti essere quello sull’asfalto,
seguimi se ti piace, ma potrei essere il mio clone,
il professore è tornato quindi rientra in Occidente
e credo di avervi annoiato.

Antonio 30 settembre 2013

***

Ogni paese è un rimpianto
per un altro tempo,
per un'altra cosa,

smettetela
di farvi
la guerra,
di uccidervi l'un l'altro
e di rifugiarvi
dai vostri fratelli.

Il guardiano gira
e si tenta l'impossibile,
ma il paese muore
mentre cerchiamo
di arrivare a domani.

Restando vivi
parla di noi
il fumo che sale
da queste fiaccole al cielo pungente,
nessuna regola
potrà spiegare
quelle due stelle che brillano su me,

sento il peso
di corone medievali
in questa villa contesa dai villani,
strani mostri partorisco all'aperto
riverito,
forse riconosciuto in piazzetta
dove la fontana non c'era,
non c'era niente,

tu non lo sai.

Memorie non dormono mai
ma salgono melodiche al cielo
mentre le freno,
mentre le premo
perché da tempo
ho impedito loro di uscire
perché ero distratto,
ma nonostante interruzioni,
ciance e bevute
le tengo in pugno
e solo per me
danzeranno stasera
se non farò il cattivo
né troppo il buono.

Mi batte il cuore
assieme alla cassa,
bellissima mi appare
la luna piena,
improvvisamente
seduto sul mio paese.

ariano estate 2013
a

La cultura brasiliana è un grande mare che nasconde tesori sommersi: la poesia si intreccia con la musica, il Nuovo Mondo incontra la grande tradizione europea. Ne abbiamo discusso con Gianluigi D’Agostino, esperto e studioso di cultura brasiliana.

Come ti sei avvicinato alla cultura brasiliana?
Tramite Vinícius de Moraes ho conosciuto la letteratura brasiliana. Stiamo parlando di letteratura contemporanea, molti degli autori che studio sono ancora in vita. Sono quindi andato a ritroso fino alle origini, fino al Quinhentismo (XVI secolo, subito dopo la scoperta del Brasile), una corrente parallela al Classicismo portoghese e relazionabile al Rinascimento europeo. L’autore più importante fu José de Anchieta, missionario gesuita fondatore di San Paolo e Rio de Janeiro. Si dice che egli scrivesse le sue poesie sulla sabbia usando un bastone. Veniva chiamato “prete santo volante” per la sua disposizione alla predicazione itinerante. Affrontava due volte al mese un tragitto di 105 km, oggi percorso annualmente da turisti e pellegrini, così come accade per il Cammino di Santiago di Compostela. Fino agli anni ’20 del XX secolo la letteratura brasiliana si ispira costantemente alla letteratura europea. Successivamente il Brasile si emancipa culturalmente con la “Semana de Arte Moderna” (1922) e con il Modernismo e l’Antropofagismo degli autori Oswald de Andrade e Mário de Andrade (1928). Poi si arriva al Postmodernismo e alla contemporaneità.

Chi è Vinícius de Moraes?
Vinícius de Moraes è stato uno dei più grandi poeti brasiliani, anche per la sua versatilità: cantante, autore di poesie, canzoni, opere teatrali. Dalle sue opere sono stati tratti diversi film. Era estremamente attento alle tradizioni popolari del suo Paese e fu oppositore e contestatore della dittatura. Nel suo primo periodo de Moraes era forse più vicino a Ungaretti e le sue poesie trattavano per lo più di religione. Il suo secondo periodo è considerato quello del “vero de Moraes”: egli spostò la sua attenzione sul tema dell’amore. Chi lo ha conosciuto ha affermato che fu uno dei pochi che sia riuscito a vivere poeticamente. In Brasile de Moraes rappresenta una leggenda: pare che ricevesse le visite nella vasca da bagno. La sua casa era aperta a tutti: chiunque poteva armarsi di una chitarra ed entrare. Veniva da famiglia agiata, ma era molto vicino alla gente: girava nelle favelas con un rotolo di banconote, frutto dei suoi primi ricavi come poeta, per regalarle ai poveri. Guadagnò molto, ma era sempre senza un soldo. De Moraes ha studiato in Inghilterra e ha avuto una formazione prevalentemente europea. Fu profondamente influenzato dalla filosofia dell’amicizia di Nietzsche.

A proposito dell’amicizia, parlaci del suo incontro con Ungaretti.
L’incontro avvenne in casa di Oswald de Andrade, quando de Moraes aveva 24 anni. Giuseppe Ungaretti aveva accettato una cattedra all’Università di San Paolo e rimase molto affascinato dal giovane de Moraes, tanto da tradurre in italiano poesie sue e di altri autori brasiliani. Ungaretti era stato conquistato dalla natura e dall’arte brasiliane, in particolar modo dal Barocco; considerava il Brasile “la sua patria umana”. Molti anni dopo i due si incontrarono nuovamente in Italia. Esiste un album, La vita, amico, è l’arte dell’incontro, in cui ognuno legge le poesie dell’altro e de Moraes canta alcune canzoni. Ungaretti ha anche dedicato versi a de Moraes. I due di persona non parlavano mai di poesia, ma di tutt’altro: auto, donne, musica. I caratteri dei due uomini si incastravano alla perfezione. De Moraes si sposò nove volte, aveva un vero e proprio culto della donna. Anche l’amicizia era molto importante per lui.

Erano simili anche artisticamente?
Niente affatto. Vinícius de Moraes era l’esatto opposto dell’ermetismo criptico di Ungaretti: de Moraes aveva bisogno di comunicare il più possibile, Ungaretti invece no. Il primo apparteneva al popolo, il secondo era più elitario.

De Moraes è stato uno dei primi brasiliani a coniugare musica e poesia.
Esatto: molte sue canzoni sono poesie musicate. In un’intervista egli si lamenta proprio della limitatezza delle persone che distinguono necessariamente tra musica e poesia. Ha girato l’Europa con il chitarrista italo-brasiliano Antonio Pecci, in arte Toquinho, il suo alter ego musicale. In Italia i due hanno collaborato anche con Ornella Vanoni, realizzando un album. Ai concerti de Moraes cantava, recitava e raccontava aneddoti seduto a un banchetto bevendo whisky. Erano eventi molto particolari. Fu molto vicino alla Bossa Nova, per poi staccarsene. Era molto aperto alle innovazioni e, assieme al chitarrista Baden Powell, si avvicinò all’Afrosamba. Ha collaborato con tutti i più importanti musicisti brasiliani dell’epoca.

I suoi rapporti con la dittatura militare.
La critica alla dittatura è il fil rouge della sua opera. Il Presidente lo espulse dal Brasile ordinando: “Mandate via quel vagabondo”. È sempre stato limitato e osteggiato dal potere, nonostante fosse un diplomatico. I periodi di dittatura danno luogo a una mirabile arte di protesta. Uno degli intellettuali più accaniti fu Chico Buarque, al quale de Moraes consigliò la via dell’esilio per motivi di sicurezza (infatti Buarque andrà in Italia). Le sue canzoni sono volutamente criptiche per evitare la censura, ma il messaggio è chiaro: “Il maiale è così grasso che non riesce a camminare, il coltello ha tanto tagliato che oramai non taglia più”. La dittatura zittiva gli oppositori e finanziava l’arte di favore. Fu un periodo così terribile che, a differenza di altre situazioni, anche la Chiesa osteggiò la dittatura.

In che modo si intrecciano nella cultura brasiliana letteratura e musica?
La musica popolarizza la poesia: grazie alla Bossa Nova il grande pubblico, me compreso, ha potuto avere accesso a versi stupendi che sarebbero rimasti altrimenti sconosciuti. Molti testi di de Moraes sono stati musicati da Tom Jobim (uno degli inventori della Bossa Nova, assieme a João Gilberto) e interpretate da Frank Sinatra. Vinícius de Moraes scrisse Orfeu da Conceição, una pièce teatrale che coniugava il mito di Orfeo ed Euridice con il Carnevale di Rio. Da quest’opera fu tratto il film Orfeo negro (di Marcel Camus, 1959, vincitore del Premio Oscar), che ha portato la Bossa Nova nel mondo.

www.gianzinho-culturabrasil.blogspot.it


Antonio Oliva & Filomena Roberto 2013
(da rivista Cultura e Dintorni n. 8-9)

I pochi clienti della bassa stagione sistemano le valigie nella hall dell’albergo. Amalfi è ancora più bella nel tardo pomeriggio, come tutto. Il personale dell’albergo attende il tramonto: a breve qualcuno potrà staccare e tornarsene a casa. Il bambino biondo è in piedi al centro della hall, circondato dal viavai dei presenti. È triste, e non sa perché. Sarà l’estate che finisce, sarà il clima che già preannuncia il rigore della stagione fredda, sarà una sorta di tetro presentimento: ti manderanno alla scuola materna.
Sarà che si è divertito, specialmente quando ha visto quella enorme ancora gialla come i suoi riccioletti normanni: indossava una maglia nera abbottonata sopra la t-shirt blu scuro, perché non prendesse freddo in uno di quegli eterni pomeriggio-sera di uno di quei nuvolosi mesi di settembre. Il suo papà gli ha anche scattato una bella foto sopra il porto, vicino a quell’ancora gigantesca anche per qualcuno molto più grande di lui. La conserveranno a lungo, quella foto.
Si divertiva, il bambino, e non pensava al ritorno a casa, né pensava che potesse essere tanto triste tornare, né già tanto sciocchino e sentimentale da affezionarsi così tanto a un semplice hotel. Sai quanti hotel dovrai girare in vita tua, se ti trovi un buon lavoro serio?
Il bambino è frastornato. Si siede sui morbidi cuscini neri dei divanetti che costeggiano le pareti tutt’intorno. E si mette a piangere. La sorellina piccola sta lì buona buona, e lui piange rumorosamente, non senza una certa sorpresa da parte del personale dell’albergo. Non è certo il primo bimbo che frigna, ma non capita tutti i giorni che qualcuno, seppure quattrenne, pianga in modo così plateale prima di andar via da quell’albergo. Se ci fosse il direttore, dovrebbe essere soddisfatto. Ecco, guardi cos’ha combinato! Lei, l’architetto, l’ingegnere, l’arredatrice, l’imbianchino, fino all’ultimo facchino, cuoco o cameriere, adesso sarete contenti! Avete fatto un posto così bello da far piangere un bambino! Invece quelli non hanno fatto niente.
I genitori del piccolo lo consolano, gli chiedono che cos’abbia. Ma non lo sa neanche lui, semplicemente nel momento in cui deve andare via, non vuole farlo. Non può farlo. Per i Romantici si chiama spleen, per gli elegiaci latini nequitia. Ed è appena all’inizio del suo viaggio alla scoperta di un mondo di distacchi, di addii distratti, di superficialità.

da rivista alibi altrove letterario, marginalia, caserta 2013
napoli settembre 2012
a

... Ti piacerebbe leggere il resto? Un po' di pazienza ;)

la guerra è finita

Temporale estivo
sulla mia testa
c'è chi se ne va e chi resta,

non mi ricordo
ma non perdo il filo,
non so,
parto
ma allo stesso tempo rimarrò.

I palazzi incontrollati
tutti uguali
si distinguono
dai monti
accovacciati
dietro mille estati passate,

è difficile fare le stelle
anche se ci sono le palme,
anche se è facile da capire,
cominciamo dalla luce,
cominciamo dal giallo,

è solo un decimo
di quello che ho dentro
e che volevo dire.

antonio ariano 2011

Le coincidenze a volte sono i segnali misteriosi della vita ai quali bisogna credere.
Romano Battaglia

Fa bello fuori, e forse il mio amico il ‘caso’ sta passeggiando al sole.
Henri Murger

La contemporaneità non esiste.
Luciano De Crescenzo

Sigaretta.
Trevor era fermo al semaforo da troppi minuti per la fretta che aveva e ripensava nervosamente agli ultimi giorni. Imboccare una strada o l’altra gli era ormai totalmente indifferente. Gli bastava allontanarsi il più possibile da casa sua: meno la vedeva e meno gli tornava tutto in mente… Era stato solo un incidente, una fatalità? O doveva andare così. No, non doveva.
Sigaretta.
“Quanto cazzo durano i semafori rossi in questa città? Due sigarette! Ma stiamo scherzando?!”
Mentre malediceva tutto e tutti, scattò il verde e Trevor ripartì all’improvviso, sgommando come se avesse appena svaligiato una banca. Ma il suo fuggire lontano durò poco: altro semaforo rosso.
Bestemmia. Sigaretta.
Aprì il cassetto dell’auto e si mise a cercare un nuovo pacchetto di sigarette ancor prima di aver finito quella che stava fumando. Da quel maledetto cassetto non uscivano altro che cartacce, vecchie ricevute, un paio di multe, accendini rotti… Notò un foglio accartocciato, lo aprì e ciò che lesse lo lasciò impietrito per alcuni secondi…
“…Quel che è sbagliato oggi
andrà bene domani,
potessi ripercorrere
quel viaggio all’incontrario,
non tornerò mai più.”
Era una poesia che aveva scritto lui stesso, quando ancora le cose andavano bene e nessuno si sarebbe aspettato quanto stava per accadere. Strinse quel foglio stropicciato tra le mani e istintivamente lo gettò fuori dal finestrino, sperando che volasse via, che si allontanasse quel tanto che bastava per liberarsene. Della carta e del ricordo che vi era rimasto appiccicato. Ma era di nuovo in coda al semaforo e il foglio rimase a terra accanto a lui, immobile. Si affrettò ad aprire la portiera e raccolse il foglietto, con l’impazienza e la premura di chi sta recuperando il biglietto vincente della lotteria. Lo rimise nel cassetto e finalmente trovò il pacchetto di sigarette. Lo scartò come faceva ogni volta, cioè come un rito, piacevole ma allo stesso tempo odioso.
Sigaretta.
Finalmente. Quanto gli piaceva fumare. E quanto lo detestava. Era perfino riuscito a smettere: ventiquattro volte. Aveva un rapporto morboso, quasi patologico, con le sigarette. Scartare un nuovo pacchetto era per lui come togliere lentamente i vestiti ad una donna, una sorta di nevrotica e squallida pratica sessuale, accendere una sigaretta era sempre eccitante nonostante il numero esagerato di sigarette che aveva fumato nella sua vita, ma poi il sapore del fumo era amaro, disgustoso, come quello che ti lasciano certi incontri.
Era come quel libro che aveva letto tempo prima, come si chiamava?
“Ah, sì, ‘La coscienza di Svevo’.” pensò, sbagliando il titolo. Ci aveva quasi azzeccato. La sua era la “vita del quasi”. Nel senso che era quasi cresciuto, aveva un lavoro che quasi gli piaceva, un’automobile che era quasi perfettamente funzionante, era stato quasi sereno… ma ora aveva un peso dentro a cui non poteva associare alcun quasi: non accennava ad andarsene, era nitido, preciso, una sofferenza del tutto completa che ormai era parte di lui.
Sigaretta.
Ancora non sapeva che imboccare una strada o l’altra sarebbe stato di vitale importanza.

filomena roberto & antonio oliva 011
da "delle coincidenze", ad est dell'equatore, napoli 2012

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su di me

La mia foto
Ariano Irpino, Avellino, Italy
Antonio Oliva è nato nel 1985 ad Ariano Irpino (AV). Ha partecipato a numerosi progetti teatrali e musicali. Nel 2009 si laurea in Lettere Moderne e nel 2012 in Filologia Moderna presso l’Università Federico II di Napoli. Dopo diverse esperienze nel 2015 si abilita all'insegnamento presso lo stesso Ateneo. Ha lavorato a Roma e Bergamo e vive itinerando.
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