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Antonio Oliva
Le streghe di Benevento. La leggenda della "superstitiosa Noce"
Caravaggio Editore (collana Saggistica)

In uscita in tutte le librerie e in ebook

Alla scoperta della leggenda delle streghe di Benevento e delle sue manifestazioni e rappresentazioni nella letteratura italiana (e non solo).

;)

L’uomo ha una bara al posto della testa, da ciò si evince che non è un uomo. Nella mano destra impugna una picozza. Attorno a lui, pugni chiusi emergono da gusci di lumaca, chiedendo più case, per tutti, mentre due amanti, nel vicolo, che è la loro casa, si stringono sul materasso seminudi, lei davanti e lui dietro a cingerla con il braccio sinistro. Una donna pedala in bicicletta a piedi scalzi, taglia 46, tre ditoni ognuno.
Il tizio con il feretro al posto della testa stringe anche la mano sinistra. Dentro la mano c’è un collo. Il collo, lunghissimo ed esile, è quello di un uccellaccio, giallo anche lui come il tizio; la sua testa, tonda, è sormontata da un cappello a cilindro come quello dei prestigiatori, il suo sorriso è ebete, gli si vede solo l’occhio sinistro e questo è il simbolo del dollaro: $.
- Sono le 4, amore, è ora di tornare a casa. Questa immobile lotta sarà qui anche domani, come tutti i giorni.
- Io mi affaccerò più tardi dalla finestra a dare uno sguardo. Così, metti che proprio stanotte gli vien voglia di tagliargli la testa.

La statua di pietra discende la fiancata diroccata della chiesa di Monteverginella e attraversa via Giovanni Paladino. È notte e il camion della nettezza urbana ritira enormi carichi di spazzatura. Il rumore tagliente di una cascata di vetri fa da contraltare ai motorini che passano, ai giovanotti che ridono, all’università, un mostro che sempre sbuffa aria, solenne.
La statua avverte un senso di rovina sublime. Come al solito. Percorre vico Orilia. Probabilmente è la via più importante di Napoli, la conoscono tutti e nessuno: spacca a metà l’università Federico II, mettendo in comunicazione via Mezzocannone con via Paladino. Se non ci fosse tutti noi cammineremmo sempre il triplo. Detto questo, nell’economia metropolitana le sue mansioni sono: fungere da cesso, per esseri umani ma soprattutto per le loro bestie, che arrivano gonfie come palloni aerostatici e se ne vanno via sollevate; ospitare eroinomani. I suoi vecchi basoli sono sempre imbiancati dalla polvere degli eterni lavori che si svolgono nei dintorni per trasportare nel ventunesimo secolo, a poco a poco, i muri e le strade della città dei secoli precedenti, per assicurare il minimo indispensabile a tamponare la situazione almeno fino all’indomani, per non perdere tutto. Ormai i basoli rimangono bianchi anche se la polvere va via. L’hanno accolta dentro di sé e adesso staranno insieme abbracciati per sempre. La polvere non è più sopra la strada, ora la polvere è la strada.
Per terra è un percorso ad ostacoli fatto di residui organici, rifiuti, siringhe, infatti la strada è meglio conosciuta come “il vico delle merde”. Vi si affacciano porte metalliche che portano chissà dove, chiaramente all’interno dell’università perché le altissime fiancate dei due edifici universitari di Mezzocannone sono l’unica cosa che c’è nello strettissimo vico Orilia, che non si trova all’università ma è composto, formato da essa. Nessuno sa dove conducono queste porte. A metà strada ci sono quattro scalini non a prova di motorino e dappertutto si ammirano disegni murali urbani, alcuni dei quali sono molto belli. Il vico fa schifo, ma non è colpa sua, è colpa di ciò che c’è sopra, di tutto ciò che gli viene quotidianamente perpetrato. È un po’ quello che succede a Napoli, in Italia, sul pianeta Terra nella sua totalità. Queste e altre cose pensa la statua mentre cammina. Nessuno sa chi è Orilia, né si è mai posto il problema, perché nessuno ha mai letto l’insegna del vicolo, noto più che altro perché ci facilita il percorso dall’università al pitaro di via Paladino, luogo di ritrovo di studenti o sedicenti tali, davanti ai quali mai bisogna dire “via Paladino”, ma sempre “via del Pitaro”, o non ti capiranno.
La statua percorre Mezzocannone fino al fatidico largo Girolamo Giusso.
- Ciao. Non ti dico il mio nome, perché io sono il Santo Patrono della tua città e tu sicuramente mi hai già riconosciuto. Stasera compio 500 anni e dunque sono sceso a fare un giro anch’io.
- Ciao. Mi chiamo Pasquale. Ho 19 anni. E bevo una Peroni.

La scrivania è ricoperta di macchie, e ogni macchia equivale a una tazza di caffè che ha scacciato sonno, emicrania e dopo sbornia, commutandoli con pensieri creativi pari quasi a quelli procurati dalla sbornia stessa. Una lampada comprata un pomeriggio d’autunno illumina le poche idee che ho in testa e le poche ore rimaste, e tutte si dileguano in egual maniera. Provo sì, provo no, provo a scrivere un po’ in prosa, tanto lo so che ricomincio con le solite pose, e abbandono, lo faccio sempre, perché non sono capace di comunicare niente se non con macchie di immagini più o meno autoreferenziali. Filomena dice che dovrebbero togliermi la laurea (le lauree), ed ha ragione, anche se mi chiamano “prufssò”, come mio nonno che lo era davvero.
Qualche tempo fa avrei aspirato una lunga boccata di sigaretta, peggiorando la situazione del mio colon, già rompipalle di suo. Nella stanza a fianco amici si godono un film. Io no. Solo in questa stanza dai muri di colori diversi e tutti rotti, l’ennesima che dovrò lasciarmi alle spalle. Negli ultimi anni sono successe tante cose qui, ho scritto molte pagine con la mia Olivetti che i miei genitori mi hanno regalato per un compleanno anni ’90 e quelle tazze di caffè sempre tra le dita. Ma ora basta, le pareti della casa non parlano più di noi, domani si parte e non mi rassegno a questo momento, anche se lo aspetto praticamente da quando sono arrivato in questa casa dove non funzionava niente e dove abbiamo costruito molto.
Questa città mi mancherà, è inutile negarlo. Sono sempre quel bambino nella hall dell’albergo amalfitano, del resto. Desideroso di tornare a casa finché non scopre che la sua casa lui non sa ancora dove sia. E si mette a piangere. Il Grande Agglomerato del Sud mi ha visto piangere tante volte. Anche otto anni fa, quando sono arrivato, per la nostalgia, oppure per qualche problema che ora sembra così piccolo.
In questo momento non riesco a pensare al ragazzo sorridente, ben pettinato e con la camicia viola infilata nei suoi jeans costosi che l’altro ieri ha attraversato corso Umberto a pochi metri da noi e si è infilato correndo nei vicoli che salgono verso Forcella: il ragazzo brandiva una pistola che ha puntato verso la macchina che gli procedeva contro, quindi è salito sul marciapiede che lo separava dalla meta. Non riesco a pensare a tutta la gente che ha visto e si è fatta, ovviamente, i fatti propri, come sempre, anche perché credo che tutti loro abbiano già avuto dimestichezza con una scena simile almeno una volta nella vita.
Non riesco a pensare a Peppe, il nostro rapinatore di quartiere che ci inseguiva fin dentro i portoni di casa, e al fatto che lo (ri)conoscevamo tutti anche da lontano, nel buio della notte, sul suo motorino chiaro senza targa, con la sua corporatura scheletrica. Mi ricordo che anni fa comparvero in centro certi foglietti appesi ai muri con lo scotch, come quelli di chi affitta casa, che mettevano in guardia da lui. L’arte di arrangiarsi, nostra, sua, che era stato licenziato. Era un abitué, Peppe, ma non aveva l’esclusiva. Non riesco a pensare a chi preferisce i quartieri a rischio alle cosiddette “terre di nessuno”, dove la camorra e i suoi affari non fungono da gigantesco deterrente nei confronti della microcriminalità, dei piccoli delinquenti degli scippi in motorino per capirci. Io ho abitato diverse zone dell’Agglomerato, e ho notato che nella pratica succede proprio così. E non riesco adesso a pensare a questo, o che a un certo punto Peppe è sparito.
Non riesco a pensare a tutti quelli che sono spariti, che non ce l’hanno fatta, alle convivenze di merda, all’università allo stremo, tagli riforme e leccaculo. Nemmeno al fatto che tra poco devo essere giù a divertirmi, e per stasera, per un’altra sera ancora “chi vuol esser lieto sia”.
No. Penso alle cene, tutte le serate, i momenti belli e quelli meno belli, mio padre che mi porta qui e mi dice, tanti anni prima, davanti a un altro tavolo e a un’altra Olivetti, di scrivere semplice e andare al sodo. E l’ho fatto. Non come gli snob incapaci che ho incontrato poi, tutto fumo e niente arrosto, che leggono venti libri al giorno e non sono capaci di mettere sul tavolo un’emozione che sia una, giocare la loro partita, rischiare e stare al mondo, barricati dietro nebulose parole senza dio e senza eros, corrotti schiavi della moda e del sesso, corpi senza vita. E poi ci sono loro, i rivoluzionari figli di papà che domani impersoneranno i loro stessi nemici, i duri e puri cui basta una kefiah e una bestemmia gratuita al volume giusto per scandire a puntino il loro sentirsi alternativi, i poeti depressi che inflazionano la parola “anima”, i parcheggiati.
Quanto a me, mi ci vorrebbe un lavoro serio, da onesto mestierante della parola e della vita. Non dell’anima. E la certezza, che arriverà, che ci rivedremo domani, mio meraviglioso, decadente, sempre sognato Agglomerato. Un’altra stanza mi ha insegnato la poesia, possa ora questa, come musa invecchiata e polverosa, donarmi la sintesi su questo quaderno giallo che abbiamo comperato il giorno prima della laurea in un viaggio psicofisico volto ad alleviare il caldo e la tensione con la peggiore nemica dell’artefice: una irraggiungibile distrazione. “Remember, we always have a choise”. Possa, questa stanza, tradurmi in prosa. E ricordarsi di me mentre qualcun altro guarderà di notte nelle aule universitarie dove la luce, nessuno sa perché, è stata lasciata accesa. O forse nessuno lo noterà più.

Fuochi d’artificio. Non petardi, ma proprio fuochi d’artificio. Il rumore proviene da piazzetta del Nilo, attraversa piazza san Domenico Maggiore e si propaga per Spaccanapoli correndo verso piazza del Gesù Nuovo. La luce illumina i palazzi di via Mezzocannone e il rosso della chiesa di un giallo vivo. Sembra una festa, un tripudio arancione, oppure una di quelle cerimonie cafonissime al termine delle quali il festeggiato segnala al mondo che è il festeggiato. Pare che nel centro storico questo segnali invece l’arrivo di una partita di droga.
Da piazza san Domenico non si riesce a vedere niente perché piazzetta Nilo è nascosta dalla facciata di palazzo Corigliano che fa angolo. Sediamo sulla solita fioriera in pietra piena di piante rovinate e bottiglie vuote.
- Hai sentito?
- Sì.
- Vanno tutti a vedere.
- Andiamo anche noi?
- Andiamo a vedere, così capiamo anche noi… o no?
Fine.
Forse.

napoli settembre 2012

Ho visto cipressi zafferano
e la tua foto che mi guarda la mattina,
quando potrò prenderò un rifugio
abbastanza piccolo per noi due
nel cuore della tua città,
qualunque tu vorrai che sia,
e vivremo cantando le nostre visioni
ogni sera un albergo diverso,
ogni notte distrutta,

il sogno è finito,
non ci pensano più al solito bar,
giriamo in tondo, sempre le stesse vie
per trovarci faccia a faccia
e dire che ci siamo incontrati,
ripeterci che stanno bene
magnolia e lavanda,

cieco chi ci aspetta,
chi ci cerca pazzo,
quando sono in vena
non ci sono,
per nessuno è
e non significa niente,
capisci,
è l'unico modo che ho
per non morire mai,
l'unico trucco per essere noi.

bracciano 1° agosto 2014

Il vecchio Sal va in scena ogni sera
e dà da bere
ad un cliente che non c'è, 

quelli del giorno non capiscono cosa faccia la notte,
quelli della notte non capiscono cosa faccia di giorno, 
è sempre la stessa dannata storia, 
cosa dovrebbe fare
a questo punto?,
far finta di niente? 

Loro avanzano, almeno qualcuno,
cresce,
va
e Sal continua a versargli da bere.


napoli luglio 2014

parte 2

Si era messo alla guida da meno di un’ora ed era riuscito ad avere solo qualche istante di lucidità, a non pensare alle parole che erano volate e soprattutto a quei maledetti minuti in cui aveva sbattuto suo padre contro il muro e lo aveva costretto a rivelargli ciò che sospettava da diversi anni. Poi aveva sbattuto la porta lasciando il vecchio a terra ed era partito senza una destinazione precisa.
Aveva solo quattordici anni quando sentì per caso sua madre che parlava con Alex, suo fratello più grande di quattro anni: a dire il vero, più che parlare, bisbigliavano, lei aveva gli occhi lucidi e faceva un sacco di raccomandazioni ad Alex. “Non smettere mai di aiutare tuo fratello, sai cosa ha fatto per te” era la frase che non aveva mai dimenticato nonostante tutto il tempo trascorso. In seguito si era chiesto spesso cosa significassero quelle parole, ma il destino aveva già deciso che sua madre non avrebbe avuto il tempo di spiegarglielo. Trevor le domande importanti le aveva sempre fatte a lei. Con Alex era possibile parlare solo di donne, sulle questioni di maggior serietà era solito glissare alla meglio. In particolare aveva sempre negato quella conversazione avuta anni prima con la madre, dicendo di non ricordarla. Negli ultimi tempi la sua salute era peggiorata di nuovo: Trevor sapeva che il fratello aveva avuto una grave malattia da piccolo da cui si era ripreso quasi miracolosamente ed ora avrebbe avuto bisogno di un nuovo donatore che Trevor sarebbe stato felice di essere. Con il padre non c’era mai stato verso di intavolare discussioni che non finissero in burbere paternali sull’inconcludenza della sua vita.
Sigaretta.
“Quando hai intenzioni di sistemarti?”, “Non puoi vivere ancora qui a trentasei anni suonati!”, “Prendi esempio da tuo fratello, lui sì che ha una vita normale!”, “Ai miei tempi…” erano alcuni dei cavalli di battaglia del padre, ma il repertorio era molto vasto. Ma chi poteva dire cos’era normale? E poi lui ci aveva provato, ma una relazione fissa di due anni non l’aveva portato da nessuna parte e non era finita affatto bene. Un altro rapporto complicato, un’altra lite, un’altra perdita.
Semaforo rosso. Sigaretta.
“Sarà stata di certo colpa tua! Come si può pretendere che una brava ragazza voglia restare con uno spiantato come te?” era stata la reazione di suo padre quando, quella stessa mattina, aveva saputo della recente rottura tra Sophia e Trevor. Quest’ultimo però aveva sbottato e la discussione si era fatta incandescente, finché al vecchio era scappata nella collera l’unica cosa che non avrebbe mai dovuto dire: “Solo una cosa buona hai fatto!”. Appena un accenno, ma sufficiente per far riemergere anni di dubbi e timori, di domande mai fatte e di risposte mai avute.
Sigaretta.
Non riusciva a credere di averlo fatto, eppure era andata proprio così. Trevor aveva perso il controllo e il padre si era ritrovato spalle al muro, in senso letterale e figurato. Trevor era fuori di sé: per più di vent’anni la sua mente era volata tra le ipotesi più strane e terribili, senza comunque mai cogliere nel segno. Ora riversava su suo padre una raffica di domande e di spintoni che alla fine lo portarono alla verità, tanto agognata quanto amara.
A metà degli anni Settanta si sapeva poco di alcune gravi malattie, le cure erano costose e per lo più sperimentali e le liste d’attesa per i trapianti interminabili: l’unica e più affidabile soluzione prospettata dai medici per la situazione di Alex era trovare un donatore con lo stesso DNA, nel caso specifico un fratello o una sorella. Il padre si era trovato a confessare al suo secondo figlio di averlo messo al mondo solo ed esclusivamente per salvare il primo. In trentasei anni nessuno era mai riuscito a parlargliene. A nulla potevano servire ormai le frasi con cui il padre tentava di calmarlo: “Ti avremmo voluto lo stesso!”, “Ti abbiamo sempre amato!”. Disgustato, Trevor salì in macchina e si ritrovò a girare per la città. Ora si trovava in pieno centro a contare semafori e sigarette, incapace di qualunque scelta. La cosa più agghiacciante era che la sua mente volava a briglia sciolta, quasi rimbalzava tra il rendersi conto di ciò che gli stava accadendo e le riflessioni più idiote e inconcludenti.
Sigaretta.

1)     Sconvolto, in coda all’ennesimo semaforo, Trevor si sentiva più inetto del solito. “Non posso neanche dire di essere nato sotto una cattiva stella… la mia nascita è stata programmata, come fossi un pezzo di ricambio… io non ce l’ho proprio una stella!…”.
Si sentiva una persona orribile, perché nella catastrofe generale non sapeva fare di meglio che pensare a Sophia. Ora che avrebbe avuto più bisogno di lei, si erano lasciati per una stupidaggine che neanche ricordava. Dio quanto gli mancava! Ripensò al parco dove tante volte avevano passeggiato, alla panchina su cui si erano baciati la prima volta due anni prima, a tutti i bei momenti di pace lì trascorsi… sembrava che qualunque problema si risolvesse da solo quando ci andavano insieme. Erano gli unici attimi di pausa dal caos nevrotico della sua esistenza.
Con una manovra da galera improvvisamente Trevor invertì il senso di marcia nel bel mezzo di un incrocio e riprese la sua corsa sgommando. Aveva troppa fretta di raggiungere il parco per aspettare un altro semaforo rosso. Senza neanche accorgersene, parcheggiò in seconda fila e lasciò la macchina aperta. Procedeva nervosamente a passi irregolari ma spediti verso la panchina, quando vi scorse seduta una figura familiare: sussultò, ma non lo diede a vedere. Si sedette accanto a Sophia, sospirò e si accese una sigaretta.
“Speravo che venissi qui. Sono stata a casa tua perché volevo parlarti e ho trovato tuo padre in lacrime. Avete litigato veramente di brutto questa volta.”
“Sì, solite cose: lavoro, Alex,… tu.”
“Ora però calmati. Se vuoi ne parliamo.”
Ne parlarono fino a sera senza che lui le confessasse la cosa più importante.
“Ormai vivere lì è diventato insostenibile. Ho bisogno di andarmene per un po’. Lontano. Vieni con me.”
Tornarono dopo oltre un anno, durante il quale non avevano avuto alcun contatto con la famiglia di Trevor. Non sapevano che Alex non c’era più. Tuttavia gli sembrava che in fondo stesse andando un po’ meglio. O forse non poteva andare peggio.
Sigaretta.

2)     Sconvolto, in coda all’ennesimo semaforo, Trevor si sentiva più inetto del solito. “Non posso neanche dire di essere nato sotto una cattiva stella… la mia nascita è stata programmata, come fossi un pezzo di ricambio… io non ce l’ho proprio una stella!…”.
Si sentiva come se non avesse mai potuto scegliere davvero in vita sua. Di tutta la storia era proprio questo che maggiormente odiava. Continuava a guidare sempre dritto, su una strada sconnessa fuori città, dove non c’erano più semafori.
“Dove cazzo sto andando?” si chiese finalmente. Si fermò in mezzo al nulla e fissò i suoi occhi nello specchietto retrovisore.
“Non voglio più scappare. D’ora in poi il mio destino me lo scelgo da solo. Mi sento come se tutta la mia vita sia stata un puzzle assemblato da mani altrui. Ma adesso basta, a costo di ricominciare da zero, ora i pezzi del puzzle li decido io. E so già quale sarà il primo.”
Sigaretta.
Si sentiva un po’ meglio. Guidò ancora per qualche ora, giusto per riordinare le idee. Non sapeva che Sophia era seduta sulla loro panchina, nel loro parco, ad aspettarlo. Sophia non avrebbe mai saputo la verità.
Trevor era ormai lontano, ma stava tornando a casa.
Era passato oltre un anno da quel giorno. Alex era guarito, di nuovo. Il rapporto di Trevor con suo padre non aveva conosciuto particolari miglioramenti: il vecchio aveva apprezzato la comprensione da parte del figlio, ma i rancori di fondo si trascinavano da troppi anni ed erano ormai ineliminabili. Aveva ancora lo stesso lavoro e la stessa macchina, ma forse un po’ era cresciuto. Non aveva più rivisto Sophia.
Tuttavia gli sembrava che in fondo stesse andando un po’ meglio. O forse non poteva andare peggio.
Sigaretta.

filomena roberto & antonio oliva 011
da "delle coincidenze", ad est dell'equatore, napoli 2012


quando, sollecitato, ho dato anch’io la mia versione dei fatti

Piccoli fumatori d’oppio
con politici di paese e giornalisti
in ogni educazione che ricevi,
in ogni film che vedi,

voglio essere irragionevole
se ragionevolmente dividi il bottino con l’orco,
sirene si guardano di sottecchi,
rose tra i capelli hanno,
prone davanti ai vostri ghigni,
il tricolore negli occhi.

Avellino marzo ‘13
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parte 5


Faceva caldo quella sera, come ogni sera d’estate dell’Agglomerato. I pedoni, le limousine, gli stormi degli uccelli: tutti avevano un posto verso cui correre in quell’infinito crepuscolo di fuoco. La salita che conduceva all’Hotel Oriente, in pieno centro, era affollatissima e i giornalisti erano praticamente stipati sul marciapiede, tra la facciata dell’albergo e il cantiere che occupava la carreggiata. C’erano molti appassionati, intellettuali, artisti, semplici curiosi, ragazzi che cercavano di farsi largo per vedere, altri che abitavano lì vicino ed entravano e uscivano dal supermercato. Una giovane coppia che non riusciva nemmeno a respirare venne spinta via da un cameraman la cui volgarità faceva a cazzotti col lussuoso albergo: ancora una volta, il turpe e il sublime si abbracciavano nell’Agglomerato. Il fidanzatino guardava la scalinata che portava all’immensa porta a vetri girevole che immetteva nella hall, come tutti gli altri, ma nei suoi occhi c’era un bagliore diverso, era come posseduto, sembrava stesse ammirando la scala che conduce in Paradiso. Con lo sguardo indicò quella porta alla ragazza, che guardò la porta e guardò lui, poi di nuovo la porta. Pareva di udire tutte le lingue di Babele. - Stanno arrivando! - si udì. - Pronti! - gridò qualcuno.
Tutti, in particolar modo i giornalisti, corsero nella stessa direzione, pronti ad accalcarsi attorno a qualcos’altro. Tutte le cineprese filmavano, tutte le fotocamere scattavano: un mare di flash e di clic clic clic.
Arrivarono, e non fu come se l’immaginava chi non li conosceva. Frederick d’Antoni ed Elena Pedicini arrivarono a bordo di un’auto anonima, come se ne vedono duemila in un solo giorno per l’Agglomerato, nessuno notò neppure di che macchina si trattasse. Un cameraman cadde. Una donna urlò più forte degli altri. I due erano seduti dietro, erano in compagnia di due amici anch’essi scrittori, Antonio e Daniele, che guidava e possedeva la macchina. Frederick salutò tutti alzando il pollice dietro il finestrino.
L’auto rimase in mezzo alla strada, bloccata da folla e cantiere. I quattro scesero e cercarono di guadagnare le scale, invano. In realtà erano tutti contenti, tranne forse Daniele, di quella situazione, a cui si erano ormai abbastanza abituati. Daniele e Antonio rilasciarono qualche dichiarazione e risposero ad alcune domande, la maggior parte dei cronisti si gettò contro i due innamorati, pronti alla solita chiacchierata.
- È ora di cena, buon appetito a tutti! - sghignazzò Frederick alzandosi gli occhiali scuri e arrotondati sopra la fronte e mostrando gli occhi azzurri. I due si fermarono al centro della scalinata. Stavano decisamente bene: lui si era rimesso, si era accorciato barba e capelli, sempre neri, indossava un completo blu su camicia bianca e scarpe nere. All’anulare sinistro un anello metallico a fascetta, al destro uno con una grossa pietra nera. Anche lei aveva accorciato i capelli, una volta rossi, castano-ramati alla base e biondini alle punte, naturali, ora rosso fuoco, come vestitino, borsa e tacchi, un po’ di matita per occhi celata dagli occhiali simili a quelli di lui, ma solo un tocco. All’anulare sinistro lo stesso anello a fascetta. Braccati, sorridenti, rispondevano alle domande che capivano.
- Elena, com’è stato l’incontro di stasera?
- Sinceramente non avrei mai immaginato una tre giorni di studi su Gianni, lo meritava.
- Com’è andata?
- Fantastico.
- Frederick, ti senti l’erede di Gianni Costa?
- Gianni era un’altra cosa, - scambiò uno sguardo con Elena, poi, sorridente ma serio: - io cerco solo di essere un buon imitatore.
- Ci riesce abbastanza bene!
Molti risero.
- Puoi dirci qualcosa sul vostro prossimo libro insieme?
- È presto caro, - rispose Frederick. - ci vediamo in libreria!
- Elena, quando sono stati scritti i componimenti confluiti nell’ultimo capolavoro di Gianni Costa uscito postumo questo mese? - gridò un reporter, il volto tondo e paonazzo, i capelli pochi e neri, saltando a scavalcare i colleghi per avvicinare il cellulare alla ragazza.
- Nell’ultimo periodo della sua vita.
La giovane coppia avanzava tra i corpi sudati chiusi in camicie a righe, lui faceva da apripista. Riuscì a raggiungere Frederick, a toccargli una spalla mettendoci una mano sopra, per farlo allungò il braccio finché poté e urtò il reporter pelato. Il ragazzo e Frederick si guardarono intensamente negli occhi e in quel momento sembrò che il tempo e le urla improvvisamente si fermassero, che in quel posto non ci fossero che loro quattro. Il caos però continuava là fuori e il reporter insultò il giovane spingendolo e facendolo cadere.
- Ma è pazzo?! - esplose Frederick buttandosi verso l’aggressore, trattenuto a fatica da Elena. - Non ha neanche vent’anni, razza di idiota! - Il poeta aiutò il giovanotto ad alzarsi. Tutto questo provocò una spinta verso l’esterno: la folla indietreggiò, poi l’onda si riversò con violenza in direzione delle scale. Il ragazzo era in piedi, la ragazza spaventata. Non si era fatto niente. Frederick gli fece un segno: ci vediamo dopo. E così fu: più tardi la coppia sarebbe uscita per fare una foto con i due giovani, Frederick fece un autografo a lei e salutò con un bacio sulla guancia lui: - Scrivi, vero? Questo è il mio biglietto, chiamami. Ora dobbiamo proprio andare.
- Elena, Elena, è vero che hai ripreso gli studi? - fece un giovane, non sembrava neanche un giornalista, scavalcando il pelato che era rimasto lì incredulo, ancora più rosso di prima.
- Sì. - rispose semplicemente lei, annuendo.
- Vivete nella città di Frederick o al paese di Elena?
- Non lo sappiamo, per ora itineriamo!
- Andate mai a ballare in discoteca?
- E perché mai. C’è già abbastanza casino qui.
- E alle feste vi invitano?
- E ci andate?
- Dipende dalla festa: stasera sì.
- Frederick, cosa ti è piaciuto di più di questo pomeriggio a teatro?
- Il piano e la video-art!
Dall’altra parte della strada, Enrico Ginzburg si godeva la scena ridacchiando, chissà perché, prima di sgattaiolare dentro e, finalmente, godersi la meritata cena.
- Amore, si muore di caldo, non ne posso proprio più. - sussurrò Elena a Frederick. I due cominciavano a sudare visibilmente. Frederick salutò tutti con la mano: - Ciao ciao! -, Elena mandò un grosso bacio alla folla che esplose, facendole salire un brivido lungo la schiena, un brivido piacevole, come mai le era successo prima. Frederick si girò per avviarsi alla porta, quando alle sue spalle si levò una voce altisonante:
- Frederick, tu sei Gianni Costa?
Si fermò, paralizzato, ma lo nascose. Si voltò e incontrò lo sguardo di Elena, abbastanza terrorizzato. Esitò un attimo. Il volume delle grida scemava.
- Questa gente crederebbe a qualunque cosa. - riuscì a sussurrare a Elena. Poi: - Ma certo! - gridò. - Come stai, vecchio mio?
Tutti scoppiarono a ridere, poi ci fu un forte applauso. Lui guardò lei:
- Si è fatto tardi, baby. Andiamo, gli altri ci staranno aspettando da un pezzo.

antonio oliva estate 2013

su di me

La mia foto
Ariano Irpino, Avellino, Italy
Antonio Oliva è nato nel 1985 ad Ariano Irpino (AV). Ha partecipato a numerosi progetti teatrali e musicali. Nel 2009 si laurea in Lettere Moderne e nel 2012 in Filologia Moderna presso l’Università Federico II di Napoli. Dopo diverse esperienze nel 2015 si abilita all'insegnamento presso lo stesso Ateneo. Ha lavorato a Roma e Bergamo e vive itinerando.
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