parte 2

Si era messo alla guida da meno di un’ora ed era riuscito ad avere solo qualche istante di lucidità, a non pensare alle parole che erano volate e soprattutto a quei maledetti minuti in cui aveva sbattuto suo padre contro il muro e lo aveva costretto a rivelargli ciò che sospettava da diversi anni. Poi aveva sbattuto la porta lasciando il vecchio a terra ed era partito senza una destinazione precisa.
Aveva solo quattordici anni quando sentì per caso sua madre che parlava con Alex, suo fratello più grande di quattro anni: a dire il vero, più che parlare, bisbigliavano, lei aveva gli occhi lucidi e faceva un sacco di raccomandazioni ad Alex. “Non smettere mai di aiutare tuo fratello, sai cosa ha fatto per te” era la frase che non aveva mai dimenticato nonostante tutto il tempo trascorso. In seguito si era chiesto spesso cosa significassero quelle parole, ma il destino aveva già deciso che sua madre non avrebbe avuto il tempo di spiegarglielo. Trevor le domande importanti le aveva sempre fatte a lei. Con Alex era possibile parlare solo di donne, sulle questioni di maggior serietà era solito glissare alla meglio. In particolare aveva sempre negato quella conversazione avuta anni prima con la madre, dicendo di non ricordarla. Negli ultimi tempi la sua salute era peggiorata di nuovo: Trevor sapeva che il fratello aveva avuto una grave malattia da piccolo da cui si era ripreso quasi miracolosamente ed ora avrebbe avuto bisogno di un nuovo donatore che Trevor sarebbe stato felice di essere. Con il padre non c’era mai stato verso di intavolare discussioni che non finissero in burbere paternali sull’inconcludenza della sua vita.
Sigaretta.
“Quando hai intenzioni di sistemarti?”, “Non puoi vivere ancora qui a trentasei anni suonati!”, “Prendi esempio da tuo fratello, lui sì che ha una vita normale!”, “Ai miei tempi…” erano alcuni dei cavalli di battaglia del padre, ma il repertorio era molto vasto. Ma chi poteva dire cos’era normale? E poi lui ci aveva provato, ma una relazione fissa di due anni non l’aveva portato da nessuna parte e non era finita affatto bene. Un altro rapporto complicato, un’altra lite, un’altra perdita.
Semaforo rosso. Sigaretta.
“Sarà stata di certo colpa tua! Come si può pretendere che una brava ragazza voglia restare con uno spiantato come te?” era stata la reazione di suo padre quando, quella stessa mattina, aveva saputo della recente rottura tra Sophia e Trevor. Quest’ultimo però aveva sbottato e la discussione si era fatta incandescente, finché al vecchio era scappata nella collera l’unica cosa che non avrebbe mai dovuto dire: “Solo una cosa buona hai fatto!”. Appena un accenno, ma sufficiente per far riemergere anni di dubbi e timori, di domande mai fatte e di risposte mai avute.
Sigaretta.
Non riusciva a credere di averlo fatto, eppure era andata proprio così. Trevor aveva perso il controllo e il padre si era ritrovato spalle al muro, in senso letterale e figurato. Trevor era fuori di sé: per più di vent’anni la sua mente era volata tra le ipotesi più strane e terribili, senza comunque mai cogliere nel segno. Ora riversava su suo padre una raffica di domande e di spintoni che alla fine lo portarono alla verità, tanto agognata quanto amara.
A metà degli anni Settanta si sapeva poco di alcune gravi malattie, le cure erano costose e per lo più sperimentali e le liste d’attesa per i trapianti interminabili: l’unica e più affidabile soluzione prospettata dai medici per la situazione di Alex era trovare un donatore con lo stesso DNA, nel caso specifico un fratello o una sorella. Il padre si era trovato a confessare al suo secondo figlio di averlo messo al mondo solo ed esclusivamente per salvare il primo. In trentasei anni nessuno era mai riuscito a parlargliene. A nulla potevano servire ormai le frasi con cui il padre tentava di calmarlo: “Ti avremmo voluto lo stesso!”, “Ti abbiamo sempre amato!”. Disgustato, Trevor salì in macchina e si ritrovò a girare per la città. Ora si trovava in pieno centro a contare semafori e sigarette, incapace di qualunque scelta. La cosa più agghiacciante era che la sua mente volava a briglia sciolta, quasi rimbalzava tra il rendersi conto di ciò che gli stava accadendo e le riflessioni più idiote e inconcludenti.
Sigaretta.

1)     Sconvolto, in coda all’ennesimo semaforo, Trevor si sentiva più inetto del solito. “Non posso neanche dire di essere nato sotto una cattiva stella… la mia nascita è stata programmata, come fossi un pezzo di ricambio… io non ce l’ho proprio una stella!…”.
Si sentiva una persona orribile, perché nella catastrofe generale non sapeva fare di meglio che pensare a Sophia. Ora che avrebbe avuto più bisogno di lei, si erano lasciati per una stupidaggine che neanche ricordava. Dio quanto gli mancava! Ripensò al parco dove tante volte avevano passeggiato, alla panchina su cui si erano baciati la prima volta due anni prima, a tutti i bei momenti di pace lì trascorsi… sembrava che qualunque problema si risolvesse da solo quando ci andavano insieme. Erano gli unici attimi di pausa dal caos nevrotico della sua esistenza.
Con una manovra da galera improvvisamente Trevor invertì il senso di marcia nel bel mezzo di un incrocio e riprese la sua corsa sgommando. Aveva troppa fretta di raggiungere il parco per aspettare un altro semaforo rosso. Senza neanche accorgersene, parcheggiò in seconda fila e lasciò la macchina aperta. Procedeva nervosamente a passi irregolari ma spediti verso la panchina, quando vi scorse seduta una figura familiare: sussultò, ma non lo diede a vedere. Si sedette accanto a Sophia, sospirò e si accese una sigaretta.
“Speravo che venissi qui. Sono stata a casa tua perché volevo parlarti e ho trovato tuo padre in lacrime. Avete litigato veramente di brutto questa volta.”
“Sì, solite cose: lavoro, Alex,… tu.”
“Ora però calmati. Se vuoi ne parliamo.”
Ne parlarono fino a sera senza che lui le confessasse la cosa più importante.
“Ormai vivere lì è diventato insostenibile. Ho bisogno di andarmene per un po’. Lontano. Vieni con me.”
Tornarono dopo oltre un anno, durante il quale non avevano avuto alcun contatto con la famiglia di Trevor. Non sapevano che Alex non c’era più. Tuttavia gli sembrava che in fondo stesse andando un po’ meglio. O forse non poteva andare peggio.
Sigaretta.

2)     Sconvolto, in coda all’ennesimo semaforo, Trevor si sentiva più inetto del solito. “Non posso neanche dire di essere nato sotto una cattiva stella… la mia nascita è stata programmata, come fossi un pezzo di ricambio… io non ce l’ho proprio una stella!…”.
Si sentiva come se non avesse mai potuto scegliere davvero in vita sua. Di tutta la storia era proprio questo che maggiormente odiava. Continuava a guidare sempre dritto, su una strada sconnessa fuori città, dove non c’erano più semafori.
“Dove cazzo sto andando?” si chiese finalmente. Si fermò in mezzo al nulla e fissò i suoi occhi nello specchietto retrovisore.
“Non voglio più scappare. D’ora in poi il mio destino me lo scelgo da solo. Mi sento come se tutta la mia vita sia stata un puzzle assemblato da mani altrui. Ma adesso basta, a costo di ricominciare da zero, ora i pezzi del puzzle li decido io. E so già quale sarà il primo.”
Sigaretta.
Si sentiva un po’ meglio. Guidò ancora per qualche ora, giusto per riordinare le idee. Non sapeva che Sophia era seduta sulla loro panchina, nel loro parco, ad aspettarlo. Sophia non avrebbe mai saputo la verità.
Trevor era ormai lontano, ma stava tornando a casa.
Era passato oltre un anno da quel giorno. Alex era guarito, di nuovo. Il rapporto di Trevor con suo padre non aveva conosciuto particolari miglioramenti: il vecchio aveva apprezzato la comprensione da parte del figlio, ma i rancori di fondo si trascinavano da troppi anni ed erano ormai ineliminabili. Aveva ancora lo stesso lavoro e la stessa macchina, ma forse un po’ era cresciuto. Non aveva più rivisto Sophia.
Tuttavia gli sembrava che in fondo stesse andando un po’ meglio. O forse non poteva andare peggio.
Sigaretta.

filomena roberto & antonio oliva 011
da "delle coincidenze", ad est dell'equatore, napoli 2012

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La mia foto
Ariano Irpino, Avellino, Italy
Antonio Oliva è nato nel 1985 ad Ariano Irpino (AV). Ha partecipato a numerosi progetti teatrali e musicali. Nel 2009 si laurea in Lettere Moderne e nel 2012 in Filologia Moderna presso l’Università Federico II di Napoli. Dopo diverse esperienze nel 2015 si abilita all'insegnamento presso lo stesso Ateneo. Ha lavorato a Roma e Bergamo e vive itinerando.
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